La regina Vittoria e la moda del lutto

regina vittoriamarilyn abito nero

Iniziamo pure dalla moda, senza troppo timore di essere superficiali – A pensarci bene lo stesso Leopardi nelle sue Operette Morali costruì un brano esemplare imperniato sul dialogo tra la moda e la morte, dal titolo Dialogo della Moda e della Morte ( da leggere e rileggere assolutamente), guidandolo da par suo verso gli esiti filosofici che si era preposto. Volendo la si potrebbe anche usare come argomentazione per disquisire sulla teoria dell’Eterno Ritorno di Nietzsche, volendo… ma in queste righe chiaramente non si vola così in alto e con me si scende di diverse tacche, l’argomento comunque è particolare e può aprirsi a un ventaglio di riflessioni.

Non ho mai negato il mio interesse per la moda sia dal punto di vista estetico che culturale nonché  sociale, come componente della storia del costume e quindi delle vicende di vita. Quando investe e condiziona gli individui non la si può considerare solo vanità, ma appare chiaramente legata alla politica, all’economia, alla morale, ad un uso pratico, alla cultura, al mood più intimo e radicato di un’epoca. Questa partenza anomala e curiosa in realtà può far luce su aspetti dell’epoca vittoriana raramente illustrati, direi addirittura ignorati.

La Regina Vittoria regnò per ben 63 anni e il suo fu uno dei regni più lunghi della storia britannica, ma rimase accanto all’amato consorte Alberto di Sassonia solo vent’anni poiché il principe consorte morì a quarantadue anni. Dalla sua morte in poi la regina si chiuse in un lutto religioso in cui evitò di apparire in pubblico e iniziò a indossare solo abiti neri. Questo suo volontario isolamento dal punto di vista politico favorì il rafforzarsi del repubblicanesimo per un po’ di tempo, ma la regina seppe in seguito proporre la sua figura di donna in lutto con grande successo consolidando i suoi consensi, continuando ad apparire in pubblico con abiti neri severissimi, presto imitati dalle signore dei ceti più elevati. Tuttavia la moda degli abiti neri, austeri e tristi, che presto influenzò anche l’abbigliamento maschile, non fu dettato da un semplice capriccio mondano ( ” hai visto la regina Vittoria quanto è chic con quei suoi vestitoni neri “?) ma interpretò l’aspetto più cupo dell’epoca, al punto da risultare funzionale all’intimo travaglio nella quotidianità delle esistenze.

Mentre la Gran Bretagna viaggiava a tutta birra lungo la strada dell’industrializzazione, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie, all’abbondanza di materie prime e di una fonte energetica preziosa come il carbone, l’esodo dei contadini dalle campagne inglesi verso le città diventava inarrestabile. Cercavano un lavoro più sicuro all’interno delle fabbriche o semplicemente un lavoro là dove le zone agricole sembravano spopolarsi; città e industrializzazione diventavano un miraggio per  le nuove generazioni e i giovani nuclei famigliari. In realtà venivano inghiottiti all’interno di un agglomerato urbano che non aveva sviluppato i servizi adatti ad accogliere e gestire un simile impatto demografico. Nei quartieri e nelle fabbriche buona parte della popolazione ( quasi esclusivamente la classe operaia) viveva tra miasmi fetidi di tipo organico, si serviva per tutti gli usi di acqua che non si potrebbe certo definire potabile, sopportava orari di lavoro sfiancanti all’interno delle fabbriche dove a volte venivano usati materiali e metalli tossici, ovunque si respirava un’aria altamente inquinata dall’uso di carbone e – per coronare il tutto – la medicina non poteva offrire risposte valide per i vari disturbi e malattie che un simile contesto sociale produceva, anzi spesso erano gli stessi medici che creavano mortalità nei pazienti senza averne il minimo sospetto. La pratica di sezionare i cadaveri per lo studio medico si sviluppò ampiamente in questo periodo, ma purtroppo i medici dopo aver sezionato il corpo correvano al letto dei malati, in sala  per un’operazione chirurgica o a far partorire una gestante senza lavarsi le mani; in questo modo  la setticemia falciava molte giovani donne e chi avesse dovuto subire un’intervento.

Le classi meno abbienti risultavano ovviamente le più esposte, ma lo sviluppo dell’alcolismo e della prostituzione faceva in modo che certe malattie si propagassero anche tra i ceti medi e alti. La mortalità infantile e giovanile presentava numeri considerevoli.

Le documentazioni dell’epoca precedente a quella vittoriana, l’epoca legata essenzialmente a un’economia di tipo agricolo, tanto per intenderci – mostra chiaramente come la popolazione soffrisse di meno malattie e disturbi più o meno gravi, che non in seguito. Il periodo vittoriano descritto, per certi versi giustamente, come un florido periodo di innovazione e sviluppo, costrinse d’altro canto la popolazione ad affrontare con maggiore frequenza lutti e malattie che si abbattevano in modo trasversale su tutti i ceti.

Il mood rigido e tetro di questi anni traspare nei ritratti, dove i soggetti ostentano fermezza, dote necessaria contro le temperie dell’esistenza –  e nello sdoganamento della morte con la produzione di dagherrotipi delle salme dei defunti – mentre noi, al contrario, terrorizzati all’idea, preferiamo ricordali da vivi e possibilmente giovani.

La moda del lutto attecchì quindi senza fatica poiché non rappresentava una schiccheria snob, ma interpretava l’atmosfera di un’epoca, che costringeva gli individui ad affrontare questo dramma con più frequenza che in passato, e in questo senso arrivava a essere addirittura funzionale a uno stile di vita ben lontano dall’essere spensierato.

Sovrappopolamento, densità demografica, inquinamento: non ci dicono proprio niente ?

Qualche confronto e riflessione non sarebbe per niente fuori luogo se solo pensiamo che è di pochi giorni fa la notizia di un lockdown totale a Nuova Dehli, non a causa del covid ma dell’inquinamento.

E ancora: spagnola, sars, covid, tutte provenienti dalle zone più popolose e inquinate dell’Asia, dove la carenza di norme igieniche unite all’ambiente favorevole, viaggiano nella carlinga della globalizzazione per diffondersi ovunque. 

I parallelismi non dovrebbero scarseggiare, e ragionando ci ritroveremmo forse improvvisamente a procedere dentro la nostra epoca. 

Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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