Un classico del 1804

  Thomas Hardy (1840 – 1928) scrittore di romanzi, racconti e raccolte poetiche.

Sia cronologicamente che per importanza nella letteratura inglese, segue immediatamente Charles Dickens, e come Dickens fu essenzialmente autore d’immaginazione. Entrambi risultano scrittori di romanzi ancorati alla vita quotidiana, entro la quale si muovono personaggi di fantasia comunque vivi e reali, a tal punto da invitarci a riflettere sul tessuto dell’esistenza, la sua brevità, fragilità e dolorosa consistenza.

Il suo romanzo più famoso è “Via dalla pazza folla “– da cui è stata tratta anche una versione cinematografica.

Il racconto di cui qui viene presentata la traduzione è tratto dalla raccolta di racconti “Wessex Tales “. E ’la narrazione di una fantomatica perlustrazione di Napoleone sulle coste inglesi e testimonia la presenza di un timore diffuso a quell’epoca in Gran Bretagna riguardo a un eventuale sbarco di Napoleone sulle coste d’oltre Manica. Potrà sembrare una colossale fake ma in epoca vittoriana veniva considerata una reale possibilità, dal momento che era già stato iniziato un lavoro circa un tunnel di questo tipo (!) come precisa l’autore all’interno del racconto con una nota che ho debitamente riportato con asterico così come l’ho trovata nell’edizione inglese.

Un classico del 1804

                           di Thomas Hardy – Traduzione di Emma Pretti

 

La possibilità ampiamente discussa di un’invasione dell’Inghilterra attraverso un tunnel nel Canale, mi ha più di una volta richiamato alla mente il racconto di Solomon Selby.*

                                                          *in epoca vittoriana veniva considerata una reale possibilità, dal momento che era già stato iniziato un lavoro circa un tunnel di questo tipo.

 

L’occasione in cui io mi ritrovai a far parte del suo pubblico capitò una sera mentre lui sedeva nell’angolo esterno del camino nella cucina della locanda, con altri là riuniti, e io entrai per ripararmi dalla pioggia.

Togliendo il bocchino della sua pipa dalla stretta dei denti in cui normalmente posava, si appoggiò alla nicchia dietro di lui e sorrise rivolto alla fiamma. Il sorriso non era né allegro né triste, né proprio ilare né del tutto pensieroso. Noi che conoscevamo il soggetto, lo deciframmo all’istante: era il suo sorriso da narratore. Interrompendo i nostri discontinui argomenti ci avvicinammo, ed egli cominciò –

“ Mio padre, come più o meno sapete, fece il pastore tutta la vita, e viveva laggiù a quattro miglia dalla Baia, dove sono nato e ho vissuto allo stesso modo, finché non mi sono trasferito qui poco prima di sposarmi.

La mia prima abitazione stava in cima alla collina, vicino al mare; là non c’erano altre case per un miglio e mezzo, quella fu costruita per la pastorizia, e non aveva altro uso. Mi dicono che adesso è stata abbattuta, ma si può vedere dove si trovava dal mucchio di terra e dai pochi mattoni rotti che si trovano ancora là intorno. Era un posto tetro e desolato d’inverno, ma d’estate risultava abbastanza piacevole anche se l’orto non dava mai molto, perché non potevamo mettere su un buon riparo per le verdure e il ribes, e dove c’è molto vento non crescono bene.

Di tutti gli anni della mia gioventù quelli più vivi nella mia mente furono il 1803, 1804, 1805. Per due ragioni: io avevo proprio raggiunto quell’età in cui gli occhi e le orecchie di un bambino afferrano e notano tutto quel che accade intorno a lui, e a quel punto c’è da far stare in testa più di quanto non ci sarà mai in seguito. Si era, devo proprio dirvelo, dopo la prima pace, quando Bonaparte stava architettando di mettere piede in Inghilterra. Aveva già attraversato la grande catena montuosa delle Alpi, aveva combattuto in Egitto, aveva dato una batosta ai Turchi, agli Austriaci e ai Prussiani, e adesso pensava che ci avrebbe rifilato uno schiaffo morale.

Sull’altro lato del Canale, fuori portata d’occhio e di orecchi di un uomo in piedi sulla riva, l’armata francese di centosessantamila uomini e quindicimila cavalli era stata convogliata da tutte le parti e faceva esercitazioni ogni giorno. Bonaparte ci aveva messo tre anni per fare i suoi preparativi; e per traghettare cannoni e cavalli da una parte all’altra aveva realizzato duemila barche dal fondo piatto.

Queste imbarcazioni erano piccole, ma meravigliosamente costruite. Una buona parte di queste erano fatte per contenere a bordo una piccola stalla per i due cavalli che dovevano trascinare il cannone situato a poppa.

 Per poter attuare tutte queste e altre cose necessarie, aveva radunato là cinque o seimila artigiani – carpentieri, fabbri ferrai, carradori, sellai – e quant’altro. Che periodo bizzarro!

Ogni mattina il dirimpettaio Boney ( Bonaparte ) radunava la sua moltitudine di soldati sulla spiaggia, schierati in fila, per addestrarli in manovre d’imbarco, cavalli e tutto, finché non fossero riusciti a farlo ad occhi chiusi.

Mio padre in quell’anno conduceva un gregge di femmine sù nel Sussex, e quando arrivò da quelle parti sul sentiero delle mandrie sopra le alte colline, poté vedere le esercitazioni mentre avevano luogo. Gli equipaggiamenti della truppa e delle fila di soldati brillavano al sole come argento. Si era sempre pensato, e detto anche da parte di mio zio Job, sergente di fanteria ( che conosceva tutto di queste faccende ), che intendeva attraversare a remi durante una notte quieta. La questione più importante per noi era,

Dove il nostro gentiluomo sarebbe sbarcato?

Molta gente comune pensava sarebbe accaduto a Dover; altri, che sapevano come fosse improbabile che un qualsiasi abile generale potesse riuscire sbarcando proprio nel luogo dove era atteso, dicevano che si sarebbe diretto a Est entrando nel Tamigi, oppure verso Ovest in qualche posto adeguato, più probabilmente in una di quelle piccole baie all’interno dell’isola di Portland, tra Beal e St. Alban’s Head – per          

la Cala, ben nascosta alla vista di chiunque, che sembrava fatta apposta, fuori da dove noi abitavamo, e che io avevo scalato nei miei anni giovanili con due barilotti di brandy sulle spalle nelle notti buie.

Alcuni avevano sentito dire che una parte della flotta francese avrebbe circumnavigato la Scozia, e avrebbe risalito il Canale sino a un porto idoneo.

Comunque c’erano molti dubbi sulla questione, e non meraviglia, come gli anni a seguire hanno dimostrato, che Bonaparte stesso riuscisse con fatica a risolversi sopra quel particolare e importante punto, dove sbarcare. La sua incertezza gli veniva dal fatto che egli non poteva ottenere informazioni su dove e come le nostre truppe fossero disposte in attesa, e che la sua conoscenza dei luoghi accessibili in cui imbarcazioni dal fondo piatto avrebbero potuto tranquillamente sbarcare, e gli uomini a bordo schierati in ordine, si mostrava insufficiente.

Essendo piatte sul fondo, le barche non richiedevano un porto per far sbarcare il loro carico di uomini, ma una spiaggia accogliente nascosta alla vista, e con una strada sufficientemente agibile verso Londra.

Come porse la questione quel gran Corsico Tiranno ( come noi lo chiamavamo ), quali sforzi mise in atto e, soprattutto, quale rischio corse in una notte particolare nel cercare di condurli a effetto, era a conoscenza solo qualcuno qua e là; e certamente non si trattava di un editore di giornali o uno stampatore di libri, se così fosse il mio resoconto del fatto non si sarebbe guadagnato così tanta diffidenza come l’ha avuta dalla piccola nobiltà che crede solo a ciò che vede scritto sulle righe stampate.

Mio padre aveva messo a foraggio il gregge tutt’intorno alle colline vicino a casa nostra, da dove si poteva scrutare il mare e la spiaggia in ogni angolo per miglia. 

D’inverno e verso inizio primavera mio padre faceva un turno per notte, controllando e occupandosi dell’agnellatura. Spesso andava a letto presto per svegliarsi a mezzanotte o l’una; oppure a volte restava alzato fino a mezzanotte e oltre, e poi andava a coricarsi. Appena fui abbastanza cresciuto, presi ad aiutarlo, soprattutto dando un’occhiata alle pecore mentre lui era a casa a riposare. Questo era quello che stavo facendo in un particolare mese dell’anno 1804 o ’05, non posso con certezza stabilire quale, ma era decisamente prima che io fossi indirizzato ad imparare un commercio.

A quel tempo ogni notte io ero all’ovile, a circa mezzo miglio, o anche un po’ più, dalla nostra dimora, e non c’era anima viva con me tranne le pecore e gli agnelli.

Intimorito? No; non avevo mai paura di restare solo a quei tempi; dal momento che ero stato allevato in un luogo tanto fuori mano che la mancanza di esseri umani mi rendeva meno timoroso che non la loro presenza. Non appena scorgevo dopo il tramonto la sagoma di un uomo in un luogo solitario, mi sentivo atterrito.

Un giorno di quel mese fummo colti di sorpresa dalla visita di mio zio Job, sergente del sessantesimo prima fanteria, allora accampato sulle colline sopra Weymonth, molte miglia laggiù a ovest. Zio Job arrivò quasi al crepuscolo, e salì all’ovile con mio padre per un’ora o due. Poi tornò indietro, portando con sé un goccio da bere dal barilotto di sperrits che i contrabbandieri ci mettevano in casa per proteggerlo quando dovevano tagliare la corda o per dargli fuoco quando c’era pericolo.

Dopo di che mio padre si stese fuori sulla cassapanca per dormire. Io andai a letto: all’una di notte mio padre rientrò in casa, e svegliandomi perché andassi a prendere il suo posto, come di solito, si mise a letto.

Fuori casa sul mio cammino incrociai zio Job sopra la cassapanca. Aprì gli occhi e mentre lo informavo su dove stavo andando, replicò che era una vergogna che giovane com’ero dovessi andare lassù tutto solo, e dopo essersi allacciato provvista e cintura, si mise al mio fianco, dopo aver versato un po’ dal barilotto di sperrits               in una bottiglietta piatta che stava nell’angoliera.  

Appena ci avvicinammo all’ovile, vedemmo che tutto era a posto, e dopo, per tenerci caldi, ci rannicchiammo in un mucchio di paglia che stava dietro un graticcio disposto per smorzare la forza del vento, quando soffiava. Quella notte comunque vento non ce n’era. Era una di quelle notti immobili dove, se sei in cima alle colline in qualsiasi posto nel raggio di tre miglia, puoi sentire il su e giù della marea lungo la costa, il suo andare e venire in ogni istante come l’immenso ronfare del mondo addormentato. Sulla parte più bassa c’era un po’ di foschia, ma sulla collina dove eravamo l’aria era chiara e la luna, al suo ultimo quarto, gettava una discreta luce sull’erba e la paglia sparpagliata.

Mentre eravamo là distesi Zio Job m’intratteneva raccontandomi strane storie sulle guerre in cui aveva prestato servizio e le ferite riportate. Aveva già combattuto i Francesi nei Paesi Bassi, e sperava di fronteggiarli ancora.

Le sue storie duravano così tanto che in ultimo io stesso quasi mi pensavo un soldato, figurandomi l’azione così come l’aveva narrata. La meraviglia dei suoi racconti sconcertavano abbastanza la mia mente, a tal punto che mi addormentavo sognando battaglie, fumo, soldati volanti, tutto ciò che aveva a che fare con ciò che mi aveva descritto.

Quanto durò il mio sonnellino non saprei dire. Ma alcuni suoni diffusi e sovrastanti il fruscìo delle pecore nella paglia, il belare degli agnelli, e il tintinnio delle ciocche del gregge, mi ripresero dal sonno. Zio Job era ancora accanto a me, ma dormiva troppo profondamente. Gettai lo sguardo oltre la paglia e vidi cosa c’era intorno. Due uomini con mantelli da marinaio, cappelli crestati e spade, si trovavano a circa diciotto metri dal graticcio.

Tesi l’orecchio per afferrare cosa stavano dicendo, ma nonostante potessi sentire ogni parola, non ne decifrai neanche una. Parlavano una lingua che non era la nostra – Francese, come scoprii in seguito.

Anche se non afferravo il significato delle parole, ero un ragazzo abbastanza acuto per intuire ciò di cui confabulavano. Alla luce della luna potevo vedere che uno di loro portava in mano un rotolo di carta e parlava fitto e veloce col suo compagno, e indicava con l’altra mano a destra e a sinistra i punti lungo la costa.

Senza dubbio stava spiegando al secondo gentleman le disposizioni e le caratteristiche della costa. Cosa accadde subito dopo mi rese questo ancora più chiaro.

Nel frattempo ancora non avevo svegliato Zio Job, ma adesso cominciavo a temere che i due potessero far cadere lo sguardo su di noi, poiché lo zio respirava come un mantice. Mi avvicinai con la bocca al suo orecchio e sussurrai: “Zio Job “.

“ Cosa c’è, ragazzo? “ rispose, proprio come se fosse stato già sveglio.

“ Silenzio “ gli dissi “ Due generali francesi “

“ Francesi ? “

“ Si “ risposi “ vieni a vedere dove sta per sbarcare il loro esercito “

Io li indicai, ma non potei più parlare, poiché proprio in quel momento i due presero ad avvicinarsi.

Quando furono a otto o nove metri, l’ufficiale con il rotolo in mano si fermò al graticcio inclinato, srotolandoci il foglio sopra, e stendendolo. Poi improvvisamente sollevò una lanterna oscurata ⌠lanterna con un battente che nasconde la luce⌡ sopra il foglio, e rivelando che si trattava di una mappa.

“ Che stanno guardando?” bisbigliai a zio Job

“ Una carta del canale “ rispose il sergente che sapeva riconoscere simili cose.

In quel mentre altri ufficiali francesi si fermarono, e ebbero una lunga consultazione sopra la mappa, indicando qui e là sul foglio, e poi qua e là sotto di noi luoghi lungo  la costa. Notai che i modi di uno degli ufficiali era molto ossequioso nei confronti dell’altro, che sembrava essergli superiore, poiché il secondo in rango lo chiamava con un titolo di cui io non conoscevo il significato.

Il superiore, d’altra parte, aveva modi abbastanza confidenziali con il suo compagno, e più di una volta gli diede una pacca sulla spalla.

Zio Job aveva visto quanto me, ma nonostante la mappa fosse sotto la luce della lanterna, le loro facce rimanevano in ombra. Ma quando smisero di osservare la carta, la luce balenò verso l’alto, e cadde improvvisa sopra le fattezze di uno di loro. Non appena questo accadde Zio Job rimase senza fiato, e si lasciò cadere come se gli fosse preso un colpo.

“ Che c’è – Che c’è, Zio Job? “ diss’io

“ O Buon Dio ! “ esclamò, sopra la paglia

“ Cosa? “ gli chiesi

“ Boney ! “ gemette

“ Chi ? “ feci

“ Bonaparte “ disse “ l’Orco Corsico. Se io avessi preso il mio nuovo fucile ad acciarino, quell’uomo là sarebbe già morto! ma non ho il mio nuovo fucile, e quell’uomo vivrà. Allora abbassati, se ci tieni alla vita “.

Mi misi giù, come è facile supporre. Ma non potevo far a meno di sbirciare. E allora anch’io, giovane com’ero, riconobbi la faccia di Bonaparte. Non conoscete Boney?

Penso di averlo riconosciuto. L’ho riconosciuto alla mezza luce di quella lanterna.

Se avessi visto la sua immagine una volta sola, ma l’avevo vista centinaia di volte.

C’era la sua testa a proiettile, il collo corto, il mento e le guance rotonde, la sua espressione cupa, i suoi grandi occhi ardenti.

Egli si tolse il cappello per spolverarlo un po’, e vidi davanti quella ciocca in mezzo alla fronte, come in tutti i suoi ritratti. Quando si muoveva il suo mantello cadeva aprendosi un poco, e così intravidi per un momento la sua giacca con lo sparato bianco e una delle sue spalline.

Ma tutto questo non durò a lungo. In un minuto lui e i suoi generali riavvolsero la mappa, accostarono il battente della lanterna, e si apprestarono a scendere verso la spiaggia.

Allora Zio Job si riprese un po’. “ E’scivolato nella notte per vedere dove piazzare i suoi uomini a terra “ mi disse “ Un simile sangue freddo i miei occhi non lo vedranno mai più! Nipote, devo far qualcosa, e all’istante, o l’Inghilterra è persa! “

Quando loro furono oltre il dosso, noi ci sollevammo e avanzammo un po’ per dare un’occhiata. A metà strada loro si unirono ad altri due, e in sei o sette minuti li scortarono alla spiaggia. Poi, da dietro uno scoglio, un battello si mosse nel debole chiaro di luna della Cala, e loro vi saltarono sopra; salpò immediatamente, e svanì in pochi minuti tra i due scogli che stanno all’imboccatura della Cala, come tutti sanno.

 Noi risalimmo dove ci trovavamo prima, e io potei vedere un po’ più al largo, un vascello più grande, sebbene non davvero grande. La scialuppa gli si accostò sul fianco, per essere imbarcata e prendere il largo, e non vedemmo più nulla.

Mio Zio Job riferì ai suoi ufficiali non appena tornò al campo; ma cosa raccontò dell’accaduto non lo seppi mai – Né lui me lo disse.

L’armata di Bonaparte non arrivò, per mia fortuna; visto che la Cala proprio sotto la casa di mio padre era il luogo dove intendeva sbarcare, come la sua visita furtiva aveva dimostrato. La gente della costa sarebbe stata falciata via, e io non sarei seduto qui a raccontarvi questo.

   Noi che ascoltammo il vecchio Selby quella notte, abbiamo fatto visita, in questi ultimi dieci anni, alla sua lapide disadorna. Per la poca credibilità dovuta alla giovane età, il suo racconto è stato di rado ripetuto. Ma se qualsiasi stralcio della sua diretta testimonianza potesse persuadere un ascoltatore del fatto che Bonaparte aveva esaminato queste coste personalmente per un eventuale sbarco, ciò sarebbe dovuto alla sua maniera di narrare l’avventura che gli accadde laggiù.

 

                                                                                                      Natale 1882

 

 

 

 

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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