Sommario

Qui di seguito l’elenco di alcuni brani di prosa di vario genere apparsi sulla rivista on line #SAMGHA – Cliccando sul titolo o su opens in a new tab è possibile leggere l’articolo o il racconto.

Sul fondo è riportata una serie di commenti interessanti riguardo l’ultimo articolo.

Il gallo è morto – di Emma Pretti(opens in a new tab) – racconto

Linee d’inappartenenza: “Un guaio che non è stato preso in esame” di Emma Pretti(opens in a new tab) – presentazione

Non è Halloween(opens in a new tab) – racconto

Relax(opens in a new tab) – racconto

All’ombra di una fanciulla in fiore: Vicki Baum(opens in a new tab) – presentazione

Confidiamo in Discovery Channel(opens in a new tab) – rifessioni, valutazioni

Di questo articolo riporto i commenti che sono seguiti :

  1. BRUNO NACCI ha detto: Vorrei aggiungere, al bel articolo di Emma Pretti (uno dei pochi poeti autentici), qualche considerazione che mi ha suggerito con la sua lucida ironia. Non solo è vero che c’è sempre stato un divario tra i poeti e il loro pubblico, oggi accentuato dalla distorsione ottica per cui tutto appare sotto la lente dei grandi numeri, dei roboanti palcoscenici, del chiasso organizzato, delle top ten ecc., ma spesso i poeti hanno avuto la tentazione di giustificare questa frattura, come Hölderlin: Wozu Dichter in dürftiger Zeit? attribuendola alternativamente allo spirito del tempo o alla loro stessa eccentricità, quasi fosse una malattia. Ma se le cose stessero in tutt’altro modo? Se proprio la marginalità dei poeti, quelli veri (quelli non autentici, come dice la Pretti, si comportano, in modo grottesco, recitando, all’interno di agre conventicole, la parte di quelli che considerano usurpatori), fosse il guscio che protegge la poesia, e non la sua maledizione, la sua tabe originaria? Così come il silenzio, l’essere in esilio nel bel mezzo di un mondo frenetico, attenendosi a regole severe e ormai incomprensibili, non nuoce allo spirito monacale, ma ne costituisce l’essenza, o meglio fonda la possibilità della sua differenza. La parola sfigurata, gettata come una pietra addosso agli altri, rinnegata prima ancora di essere pronunciata, la parola sciatta e deforme, la parola stuprata perché indifesa, ridotta a strumento, la parola che non nomina più ma diventa serva di una demenza collettiva, questa parola il poeta protegge e coltiva, ma solo se si è allontanato, se si tiene in disparte dai nemici della parola, se non si confonde con essi. Tutto questo non allude a una sottrazione civile, a una fuga, a un rimedio consolatorio e in ultima analisi a una forma di vigliaccheria. Occuparsi delle parole significa fare politica, nel senso alto e unico del termine, significa non lasciare il campo ai traditori della parola e dunque della polis, come insegnava, in modo esemplare, Confucio in un brano straordinario che Karl Kraus riportò nel maggio del 1931 sulla rivista Fackel: «Se i concetti non sono giusti le opere non si compiono; se le opere non si compiono arte e morale non prosperano; se arte e morale non prosperano, la giustizia non è precisa; se la giustizia non è precisa, il paese non sa dove poggiare. Perciò non si deve tollerare che le parole non siano in ordine. E’ questo che importa».
  2. EMMAPRETTI ha detto:Ringrazio Bruno Nacci per il lusinghiero giudizio sul mio articolo e in particolare per il suo commento, che aprendo di fatto una nuova direzione, elabora e amplia le argomentazioni.
    Invito chiunque lo desideri a collegarsi con questi due scritti per formare una catena di opinioni sul tema.
  3. EMMAPRETTI ha detto:” Perciò non si deve tollerare che le parole non siano in ordine” Chiosa giustamente Bruno Nacci.
    E’ questa la differenza del poeta, contrapposta al linguaggio passato al frullatore. E’ questa la differenza con cui il poeta cammina a braccetto.Rispondi
  4. EMMAPRETTI ha detto: Caro Bruno, mi permetta ancora un’appendice al suo commento iniziale: il poeta rappresenta sempre un attacco all’ordine e uno al pudore – dove pudore ,in questo caso è inteso come tacita adesione e assenso ai comportamenti del fastidiosissimo politically correct. Il politically correct costituisce il neo-moralismo della nostra epoca.
  5. ALBERTO MANCINI ha detto: Bello, interessante e stimolante articolo di Emma Pretti, ironico, a volte amaro, molto preciso nel rappresentare la situazione in cui si trova a navigare al giorno d’oggi la poesia. Forse, proprio tenendo conto di ciò che già scriveva sulla poesia Giacomo Leopardi, sarei propenso a non vedere troppo grigio nel futuro della poesia. Non la luce calda del sole, o quella di un sole timido, ma neppure troppo grigio.
    Già Leopardi si lamentava, come sottolinea Emma Pretti, di “come la poesia fosse schiacciata dal sovrabbondante numero di poeti rispetto all’esigua quantità di lettori e di estimatori del genere letterario, in cui tutti si cimentano come autori e in pochissimi si propongono come lettori”, e delle “condizioni pessime per la scrittura (riferendosi per lo più alla poesia)”.
    Ma il fatto, forse stupefacente, è che la poesia è in crisi da secoli – forse, per motivi diversi, lo è sempre stata – e che essa, tuttavia, esiste ancora. E questo fa pensare.
    Certo oggi sta attraversando un periodo pieno di ‘pericoli’ molto più consistenti e pertinaci di quelli del tempo di Leopardi, quando ancora costituiva parte rilevante della letteratura, era conosciuta normalmente dai letterati, era soggetto di critica di alto e altissimo livello, la ‘parola’ era rispettata e l’unico vero limite era la scarsa alfabetizzazione delle masse dei possibili lettori.
    Al giorno d’oggi tutti sanno leggere, anche se leggono poco e male e sono aiutati in questo, come dice bene Emma Pretti, dalle scelte commerciali e dal mondo in cui tutti viviamo, così pieno di stress, di agognate distrazioni e di rincorse a facili letture.
    Il fatto è che, come in tutte le attività impegnative non remunerate e non di ‘passatempo’, i lettori di poesia, nonostante la crescita della popolazione e l’alto grado di alfabetizzazione, non sono molti, non molti di più che al tempo di Leopardi. Perché leggerla è più difficile che leggere un romanzo, richiede la riflessione del lettore, richiede che il lettore si ponga in una disponibilità di sintonia, seppure transitoria, con l’autore, s’immerga ‘seriamente’ in ciò che egli ha ‘visto’, e sia pienamente padrone dell’espressione linguistica, nelle sue varianti, nei suoi significanti e significati.
    Ma, personalmente, penso che un certo numero di lettori ‘di buona volontà’ ci sarà sempre, nonostante tutto, per questo genere letterario, anche nei tempi futuri. Sarà letta per lo meno da chi, di generazione in generazione, avvertirà, in certi periodi o in certi giorni, l’interiore esigenza di approfondire se stesso leggendo ciò che altri, uomini e donne, giovani e non più tanto giovani, hanno sentito e vissuto sulla loro pelle, leggendo ciò che altri hanno pensato del mondo, le riflessioni, i loro dubbi, le speranze e le disperazioni, secondo la loro sensibilità espressi con arte, con il rispetto per la parola – condivido in pieno ciò che dice Bruno Nacci al riguardo nel suo commento – e finalmente e indubbiamente umani.
    E di Nacci condivido anche che lo sguardo ‘limpido’ del poeta e il suo essere per la ‘parola ordinata’ non possono che derivare da una forma di volontario e consapevole isolamento. Isolamento che è la naturale e necessaria disposizione interiore di chi intende abitare nel fondo delle cose, nonostante la prassi epidermica generale del vivere, di chi intende amare la parola di fronte a un contesto che la bistratta, di chi intende, come indica Emma Pretti, “dire la verità, immaginarne una nuova o vanificare la pretesa di possederla”, in un ‘lavoro’ incessante, in una continua ricerca e correzione di rotta, che significa poi, nella sostanza, il vivere vero, qui e ora, dell’uomo.
    Emma Pretti ha indicato, tra quelle per le quali la poesia oggi è poco seguita, anche alcune motivazioni che coinvolgono direttamente i poeti e i loro modi di fare poesia. E anche queste ultime, verissime, dovrebbero far riflettere.Rispondi
  6. EMMAPRETTI ha detto: Caro Alberto Mancini, in realtà una recondita preoccupazione si fa avanti, specialmente di fronte a certe fatti come quello che sto per raccontare.
    Quest’autunno alla presentazione del suo primo libro, una poetessa appena ventenne ha dichiarato di aver cominciato a scrivere poesie dopo aver letto Freud (sic!)e avendole chiesto da quali poeti era stata maggiormente influenzata e sentiva più vicini, ha abbozzato: – …beh, a scuola me li hanno propinati, mah….- facendo capire di non averne frequentato nessuno.
    Vorrei soffermarmi su quel raccapricciante “propinati”. Shocking vero? e anche di più, da mettersi le mani nei capelli.
    Se perdiamo i giovani, addirittura quelli che scrivono ,perdiamo i lettori futuri, e questo potrebbe dar inizio a un fenomeno di desertificazione letteraria.
  7. ALBERTO MANCINI ha detto: Hai perfettamente ragione, Emma. Quel “propinati” è scioccante e “anche di più”. Il fatto è che la scuola è del tutto impreparata a fare diventare ‘educazione e formazione’ ciò che insegna o dovrebbe insegnare.
    A noi qui interessa il futuro della poesia, e viene da metterci le mani nei capelli quando ci si rende conto che il ‘senso’ della poesia nella scuola non è trasmesso ai giovani. Ma non viene loro trasmesso neppure il senso della letteratura in genere, il senso della storia, della filosofia, dell’arte, ecc.
    Per limitarci alla poesia, essa vi viene comunemente trattata come una serie di testi privi di anima, di musica,… dai significati da ricercarsi nelle note a piè di pagina e spesso soltanto dopo avere letto tutte le informazioni possibili sulla vita dell’autore, con tanto di date e di infiniti particolari di cui si richiede la memorizzazione, spesso inutili, almeno preliminarmente, alla comprensione vera dei testi.
    Una poesia di un autore che va a figurare in un libro di scuola – cioè di un autore almeno in parte già ‘selezionato’ dal tempo -, accanto agli aspetti della sua vita, del suo sentire e del suo vedere la realtà che lo circonda, riflette ben altro che il suo ‘particulare’. Riflette ciò che è l’uomo, quello che ‘sente’ e ‘vede’ almeno una volta nella vita, almeno in un certo giorno, in una certa situazione, ogni uomo.
    Nella scuola, a parte alcuni insegnanti, e ce ne sono – personalmente ho avuto la fortuna di incontrarne più di uno nella mia lontanissima vita di studente -, non si è preparati a fornire tutto questo, e la poesia viene appunto ‘propinata’ come una medicina dal sapore non gradevole e con molti e nocivi effetti collaterali. Per questo è raro che abbia una valenza di formazione per il giovane, anzi ne stimola la contrarietà e il rifiuto, che oggi, col mondo che viviamo e che hai così ben descritto, divengono spesso definitivi.
    A volte lo sconforto prende anche me, ma poi penso che la poesia, come tutta l’arte in genere, si voglia o no, è necessaria all’uomo, per il suo stesso equilibrio e la sua salute mentali.
    Non ne può fare a meno, perché, di generazione in generazione, non può fare a meno di qualcuno che lo aiuti a riflettere su se stesso, sul mondo, … e non può fare a meno della bellezza.
  8. EMMAPRETTI ha detto: La curiosità, almeno un po’ di curiosità, è il seme che bisognerebbe spargere.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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