Randagi

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Romix uscì dal campo di granturco e cominciò a camminare sullo sterrato polveroso e giallo del sentiero con andatura lenta. Sembrava stanco, avanzava senza energia.

Aveva appena lasciato un vicolo ingombro di pattumiere e rifiuti sparsi ovunque, vapori grevi che ricadevano oleosi rendendo lucide le superfici e appannati i vetri delle finestre al primo piano, dove una rosticceria coreana vendeva le sue specialità confezionate in piatti pronti da asporto e la grande cucina sempre in fermento sfiatava dalle grate del seminterrato che arrivavano fino a metà viuzza. Le grate velate e pallide nascondevano un interno brulicante e agitato, livido sotto i lunghi tubi al neon.

Se n’era andato perché là ogni tanto si riunivano bande di ragazzini con la pistola ad aria compressa per sbrecciare i topi. Non centrarli, non ucciderli – scalfirli, infliggergli un contropelo bruciante e poi vederli correre all’ impazzata, furibondi e sfregiati. Oppure accusare il colpo, riversarsi sulla schiena a pancia all’aria – quella panciotta rosa e morbida che pulsava affannosa, mentre la coda friggeva come intirizzita; alcuni schizzati via a razzo finivano poi per sgrugnarsi contro il muro.

Bisognava ammettere, senza invidia e senza malizia, che quando arrivavano, quei ragazzi diventavano padroni del vicolo. Non ce n’era più per nessuno. Niente guerra, né cibo per gatti; così lui che ci stava a fare.

E sì che gli era sempre parso un bel posto: le cucine scaricavano, le cantine e i griglioni  che sfogavano, in giro si vedevano pochi di quegli spazzini che lustrano borbottando –  e nel bel mezzo della notte qualcuno con la luna di traverso tormenta qualcun altro, lo fa sbattere contro i bidoni, lo stende sull’ immondizia. Gli fa percorrere l’asfalto coi ginocchi. I gatti impauriti si tuffano dentro la prima cosa che capita: se è una finestra l’attraversano con un balzo, nonostante le schegge del vetro rotto. Lui l’ha fatto qualche volta, gli riesce anche bene, senza sforzo, ma la cosa adesso gli è venuta un po’ a noia.

Le bambine dall’imbocco della viuzza puntano lo sguardo e ci perdono gli occhi. Dimenticano la vestibilità di certi abitucci a guanto e si fanno avanti; il gioco è appassionante e scomodo come le loro scarpe. Incespicano, cadono sul fondo oleoso, carponi dentro piccoli ristagni di acqua e bitume: gli spari si interrompono e c’è modo di guardare sotto gli abiti scomposti. Una visione per conoscenza perlopiù. Ma se metti una sentinella agli angoli magari si può anche sperimentare qualcosa; e a volte, con le facce sudate, colgono l’occasione e sperimentano.

Una strada così poteva sperare in figli migliori?

Ma Romix  si sentiva stanco dell’andazzo, desiderava più spazio e più respiro. Un campo d’azione migliore, luoghi da misurare con le ore lunghe. Lo struscio del vento.

Tagliò in diagonale la periferia e fu dentro alla zona degli orti. Perlustrò le capannine degli attrezzi; ogni recinzione ne protegge una, di lamiera o di legno – tetto così e pareti cosà. Costruzioni storpie, montate col peggio dei laterizi, dotate di confort grazie a un abbondanza di aggeggi antiquati e improponibili. Quelle catapecchie non gli stavano simpatiche, non ci trovava mai niente da mangiare. Le aveva setacciate annusando in ogni angolo e si era fatto sorprendere solo da ragni neri grossi come quaglie e bestiacce amarognole, viscide e letargiche, che sapevano di terra umida.

Pochi giorni prima si era anche incastrato in una baraonda di arnesi e graticole senza più trovare la via per uscirne. Il padrone a un certo punto era arrivato – vecchio, masticando un sigaro – e  aveva sgrovigliato le pertiche, i bastoni , le vanghe; poi l’aveva scorto, si erano guardati negli occhi per un istante e vedendolo soffiare fuori dai denti terrorizzato, gli aveva mollato un tale calcio che dal culo gli era entrato in risonanza fino alle vertebre del collo. Si era sfilato via in fretta, ormai certo che quei capanni fossero lì solo per proteggere un disordine operoso. Roba di braccia e sudore, materia che non faceva per lui. Nel correre via aveva sentito uno strappo sul lato del muso.

Giravano voci ci fosse un cimitero di auto appena oltre gli orti, al di là del campo di meliga.

Un luogo silenzioso e aperto, dove farsi i propri affari in tranquillità. Ci era stato già una volta e aveva intenzione di ritrovarlo.

Sbucò sopra il sentiero polveroso e dopo pochi passi sentì subito il bisogno di fermarsi e darsi una ripulita. Leccò via dal pelo un po’ di polvere e un ché di unto e appiccicoso. La polvere tornò a infastidirlo quasi subito, mentre appoggiava le zampe sopra il fondo sabbioso e morbido. Il terreno era ancora abbastanza caldo da dargli fastidio.

Davanti a lui spazi ampi e bruciati dalla luce del tramonto: sabbia, cespugli secchi e rotolanti, bordure d’erbe alte piegate dal vento, che arrivava un po’ da tutte le parti, correva sul filo della schiena, soffiava davanti solleticandogli il naso. In lontananza un rumore di ruspe impegnate a sradicare e travolgere, davanti a sé un ammasso di auto e macchine agricole contorte e una grande cisterna addossata alla rete metallica tirata solo su tre lati. La cisterna non permetteva di vedere oltre. Luci e ombre si aggrovigliavano in quel mucchio di superfici scorticate.

I rottami di ferro ammucchiati al centro, lontani dalla baracca, mostravano enormi chiazze di ruggine opaca ed erano ancora roventi. Onde di calore salivano in alto tremolando tra le carcasse colpite dai raggi obliqui. La baracca era minuscola, aveva le dimensioni di un cesso ma si poteva godere l’ombra succinta di un ombrellone sgargiante con spicchi lacerati da strappi. Intorno erano visibili i resti di un bivacco non troppo recente.

Tra le carcasse, dentro una nicchia, Felicia se ne stava sdraiata e con l’immaginazione si godeva una frescura migliore di quella che lo sportello scassato, quasi appoggiato a terra, poteva darle.

Sognava un luogo praticato anni fa, un terrazzino stretto, mai toccato dal sole, con una grondaia comoda per spingersi in alto e passeggiare la notte sopra i tetti .

Romix senza voltarsi passò oltre, concedendole un lieve ronfare in fondo alla gola. Felicia non mosse muscolo ma  abbozzò un brivido a fior di pelo che le raggrinzò il fianco; senza aprire gli occhi agitò la punta dell’orecchia e scacciò una mosca  fastidiosa: Romix era tornato, e allora? non pretendeva mica un comitato di benvenuto?

Yuri , timido e irrequieto come al solito, entrava e usciva dai denti minacciosi di una vecchia trebbia. Probabilmente aveva fiutato la traccia di un topo e con ostinazione si impegnava in una ricerca frenetica; non riusciva a staccarsene anche se il ratto doveva essere ormai lontano.

Gli odori lo mandavano in orgasmo, sovente restava incollato a un posto per ore, setacciandolo minuziosamente, caparbiamente; perdeva tempo e occasioni. Non c’era da stupirsi che fosse così esile e magro, spesso tormentato dai parassiti. Questo era il suo grande talento: incaponirsi su circostanze sbagliate, da abbandonare in fretta.

Quando Romix lo raggiunse, per un attimo il  gioco rischioso tra le lame taglienti si arrestò. Rimasero a guardarsi senza particolare entusiasmo. Erano veterani a proprio agio in quegli spazi sordidi e non puntavano a condizioni più comode. Bivaccare con professionalità significa non abbandonare mai i margini, che si rivelano fondali indispensabili e divoranti del proprio destino: da una postazione all’altra perdite irreparabili, ma le regole sono poche e non si desidera imparare altro. Tutta l’energia serve per sapere come vanno le cose senza capirci nulla. L’universo intero si smarrisce restando a guardare sull’uscio: lampi, uragani, pietre volanti, deserti in cielo. Esiste uno spazio dentro ognuno che sembra invalicabile, delimitato dall’odore della propria esistenza, pieno di nicchie, abitudini, scuotimenti e malinconie. Se ci muoviamo anche lui si sposta, ed è così che i vagabondi si sentono sempre a casa. Trafficano continuamente con se stessi. Per quanto lontani si spingano, alla fine del viaggio devono sedersi a rovistare nel proprio bagaglio senza vere intenzioni, senza sapere cosa si va cercando.

Dopo un ultima occhiata Yuri ricominciò il suo slalom inconcludente, sfidando a ogni curvata le punte della trebbia. Tra un passaggio e l’altro, sfregandovi contro la coda, provava soddisfazione per la sua agilità.

Romix al contrario esibiva una ferita aperta all’altezza dell’orecchio – il regalo che si portava dietro dopo l’esplorazione nella baracca, uno squarcio per metà rimarginato che suppurava nella parte ancora viva gonfiandogli una guancia. Aveva problemi a mangiare. Si era spinto fin lì sperando di trovare riposo, tranquillità, il sostegno di un gruppo, qualche comodità in più per poter guarire in fretta; ora a prima vista, di fronte alla demenza di Yuri, gli sembrava una cattiva pensata. Ma forse non era così, era solo sfinito.

In lontananza le ruspe avanzavano per stritolare catapecchie e tuguri sfollati, grattavano il terreno e riempivano l’aria di polvere fine per chilometri intorno a loro. Yuri affamato si muoveva come un ossesso e non provava nessuna voglia d’intrattenersi con lui e dargli spago. Oltre la trebbia Romix avvistò una tela di sacco stesa per terra all’ombra di un rimorchio, la raggiunse e si sedette guardando dritto davanti a sé: annusò l’aria, attese che si attenuassero alcune fitte di dolore tra l’orecchio e la guancia, poi si sdraiò. Trovò la posizione giusta: l’unico tormento adesso era quella sfibrante arsura in fondo alla gola, una sete che pareva doppia.

Tra le carcasse d’auto e quei rottami agricoli dimenticati era possibile vivere senza essere disturbati e tutto quello che poteva servire non si trovava troppo lontano.

Due o tre volte a settimana sbucava lì in mezzo un vecchietto malconcio. Faceva apparizioni improvvise, non lo vedevi neanche entrare. Anni prima era stato calzolaio nella periferia dei magazzini: mister- tacco-express, lo chiamavano. Aveva chiuso bottega per mancanza di clienti,

adesso faceva affari con piccoli ladri d’auto e farabutti scalcagnati. Di quando in quando spuntavano a proporgli qualcosa, lui li trattava bruscamente, faceva valere le sue condizioni a muso duro. C’era da chiedersi come non lo avessero ancora menato e gonfiato dappertutto.

In compenso portava sempre acqua e cibo per i gatti che giravano lì intorno, si rendeva conto che a numero di sorci stavano messi male: solo topi campagnoli e ratti da fogna. Troppo piccoli per sfamarsi, troppo grandi da affrontare.

Romix comunque contava di non restarci più di tre o quattro giorni, il tempo di richiudere per bene quella ferita e avrebbe preso il largo: una specie di febbre dell’oro finiva sempre per raggiungerlo.

Era una cosa violenta. La cosa era violenta e senza storia. Un nome o niente nome per quella cerimonia che chiamava destino.

Non poteva far finta che non ci fosse, cresceva, si trasformava in rombo. Racchiudeva il furore che  sbatte tra loro ferro e muscolo fino a  schiantare la resistenza più ostinata. Nega ogni possibilità di scampo. Fa di questa colpa l’unica vera disciplina. Avrebbe voluto, sì, avrebbe voluto un po’ di silenzio e un salotto riassettato, e dopo aver affondato le orecchie in quell’assenza riempirla col ticchettio di un orologio, il rumore della pioggia sui vetri, il suono di una voce che arriva col tuo nome dentro il sonno tiepido. Ma aveva davanti a sé solo il prossimo sparo e il fondo doloroso della propria inquietudine – un’eco, la sofferenza che si prova nel ricordare il miagolio di un gattino chiuso dentro un capannone vuoto.

Sospirò una o due volte, non provò neanche a girarsi, la posizione era quella giusta per la ferita, che in quel modo rimaneva staccata da terra. Guardava con gli occhi socchiusi: aveva di fronte a sé Yuri e la sua follia – per se stesso invece un’ossessione che puntava in lontananza.

Felicia, rovesciata sul fianco sopra un sedile di pelle dilaniato dalle sue stesse unghie, si lasciava guidare dall’universo, che non le chiedeva mai alcun parere.

Sulla linea dell’orizzonte, l’altezza dei palazzi coprì del tutto il sole e Felicia si svegliò. L’imbrunire la cullava, le regalava un solletico ai nervi. Mosse la testa per un invito compiacente: dondolava la coda lasciandola penzolare morbida. Restava incurante, svagata, e in un certo senso inattaccabile. Conservava una padronanza tutta sua. Era pronta a soddisfarli entrambi, se necessario.

 

 

 

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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