La sniffata di gennaio

nasi

 

 

-Io sniffo, tu sniffi, egli sniffa, noi sniffiamo..

-No, un momento. scusate, io non sniffo..-Cooome, non sniffi…?!

-No, si, no…beh, non roba, non propriamente quella..roba..

-…e che roba allora? qualcosa di più tosto eh…?

-No, forse si…decisamente più raro, lo definirei…

-????  –  ( sguardi allucinati e liquidi che si sforzano di sembrare interrogativi )

-Merce indiscutibilmente rara, vi assicuro, al punto che non esiste neanche un commercio; in certa misura viene affidato al caso; imbattersi è del tutto fortuito, gli spazi vengono severamente selezionati con un criterio che, non saprei come dirvi, ma il suo tocco ha un impatto sconvolgente…

E’ uno di quegli avvenimenti che non se li fila nessuno, tutti impegnati come sono in questo periodo a tener in ordine l’attrezzatura da sci. ma io lo aspetto dietro ai vetri in silenzio, col calore del termosifone che m’investe le gambe, in silenzio nel silenzio fermo dell’inverno rigido.

So di non essere la sola, faccio parte di un circolo, di una cerchia di adoratori non censita né ordinata da statuti o regolamenti. Sappiamo di esserci e basta, e con devota e trepidante attesa aspettiamo che accada.

Più di trent’anni fa succedeva che, a lato di una panchina di pietra, mio nonno Jolando mi invitasse a piantare in giardino un piccolo arbusto del tutto anonimo, e con insistenza mi pregasse di concedergli premurose cure, prive comunque di ansia e soffocante insistenza, perché ” dopo il primo anno è comunque lui che decide se restare oppure no. Accetta lo spazio concesso o lo rifiuta abbandonandoti senza motivo, senza neanche giustificarlo con la scusa di un parassita. Se rimane scoprirai da sola il suo tratto più speciale, non sarò io a svelartelo.A chi racconta il finale di un film, libro o fiaba, non ti viene forse voglia di strozzarlo…? –

Mio nonno non era né  botanico né agronomo, ma possedeva un intuito formidabile per scovare preziosità orticole, frutticole, arboree e silvane.

Dietro suo consiglio interrai l’alberello, che rimase a lato del sedile di pietra per due o tre anni come presenza del tutto anonima, impegnata ad offrire niente di più del minimo sindacale. Poi in un giorno di fine gennaio finalmente mi rivelò la sua arte segreta , e tuffandomi nel suo delizioso e garbato mistero, ne scoprii anche il nome: Calicanto.

Tra gennaio e febbraio, nell’aere  gelido e trasparente come vetro,  nel silenzio inane e dilatato della brina e del ghiaccio tremebondo di sussulti,  come della neve soffice o fangosa; ma soprattutto immerso in una disorientante assenza di trilli o gracchi, di un qualsiasi annuncio canoro che lo disveli; accompagnato solo dalla statuaria presenza di un grande airone bianco in posa egizia sul tetto della rimessa, il mio Calicanto fiorisce; e con lui anche altri sparsi in luoghi lontani e sconosciuti, ma di cui noi, incondizionati adoratori, in modo del tutto casuale riusciamo a darne notizia: nel mezzo di una conversazione telefonica, un’amichevole mail stracolma di notizie varie ed eventuali, un saluto veloce al bar dove si cazzeggia passando di palo in frasca, inciampando in una lettura fortuita. Addirittura parlando distrattamente del tempo, subito  con una breve e intima stretta al braccio del conoscente, siamo pronti a rivelare: ma sai con ‘sto freddo cosa è successo nel mio giardino…?

Visto dai vetri l’arbusto appare sopraffatto dalla mestizia, ma è tutta una finta, come la sua falsa modestia; è sufficiente scendere a bighellonare tra le contorsioni rattrappite dei legni e dei cespugli, per cedere a una sorta di oscuro richiamo.

Gli occhi, abituati allo scarno programma stagionale, faticano a crederci: i rami bruno cenere sono cosparsi da piccole corolle stellate di un avorio indeciso se concedersi qualche gaiezza paglierina, mentre il centro del cuore pulsa di un porpora gentile, camuffato riserbo per un invito sensuale, che nel mezzo dell’inverno è anche meglio: avvicinare il naso e odorare.

A questo punto non c’è più scampo. E’un rapimento di sensi a cui non si oppone resistenza; nel bel mezzo della tagliola ghiaccia, il profumo più forte e suadente che si possa immaginare.

Un’armoniosa melodia di miele e vaniglia galleggia su fondo floreale, intesse gli arabeschi del tappeto volante sopra cui si veleggia a perdifiato.

E’ l’estremo capriccio di principesse esotiche schive ma voluttuose, che pretendono il proprio calicanto interrato in vaso o nel giardino interno dei loro alloggi privati,assolutamente accanto alla finestra della camera per aprire i vetri ed essere investite da effluvi deliziosi come dalla seduzione cortese e ardita di un cavaliere apparso all’improvviso.

Scendo in giardino stringendo sulle spalle lo sciarpone oversize che non oso mettere in giro perché mi fa sembrare dentro un plaid mal combinato, e mi avvicino al calicanto per controllare se  anche quest’anno ha intenzione di offrirmi l’emozione. Quando questo accade, non so più staccarmene; mi butto dentro come se con ‘sto profumo si potesse rinascere, o soffocare di squisito incanto e gaudioso piacere. Come un bombo esaltato dal nettare provo ad alzarmi in volo, ancora non ce la faccio, prendo una boccata d’aria e mi rituffo, aspiro e sospiro, allegra quasi canterina, roteo gli occhi, ispiro illuminata; faccio una ronzatina tra me e me e poi giù fino in fondo, nelle sale impalpabili delle squisitezze odorose.

In quest’epoca globale, inquinata da gigantismo straniante, volgere lo sguardo sulle garbate minuzie, misurare a passi lenti il proprio piccolo spazio, l’orticello che l’esistenza ci ha concesso, appare come un’attività intima e confortante. Ridurre le dimensioni alla propria modesta taglia ci riappacifica col mondo, che diventa quieto e scorrevole, serenamente navigabile lontano dai rovesci e dagli schianti. Il tempo – sciocco e vano per il passato, crudele verso l’incappucciato futuro, facinoroso nel presente – candidamente si appisola sopra le scarpe pesanti e i nostri piedi congelati.

Nondimeno ogni magia ha i suoi dettami da cui non si sgarra, pena la caduta del sortilegio e la perdita subitanea di ogni beneficio: tutto l’incanto va consumato lì subito, di fianco alla panchina. Guai a strappare un rametto per portarlo a casa; dopo solo mezzora, svanito il profumo, i fiori si accasciano richiusi, flaccidi, totalmente inermi e agonizzanti. Il mattino seguente l’intero ramo, mesto e rattrappito, avvolgerà  la stanza di una luce plumbea di tristezza e senso di colpa per come sarebbe stato meglio lasciarlo dov’era. Ma ormai è fatta.

A niente sarà valso il fatto che il suo nome sia legato a una leggenda che ha come protagonista un usignolo, simbolo di fragilità e fatato rapimento ( non poteva di certo mancare); il disseccamento repentino della linfa vitale in un arco di tempo registrabile dai nostri occhi, il suo esalare gli umori e tramutarli in ombre ci fornisce più di un pensiero, più di un riflessione, similitudine, metafora.

E alla fine anche questa pena si rivela ben orchestrata: fa tutto parte della magia, degli incantesimi, e dei miracoli.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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