Giochi di memoria

Suola Elementare

Dedicato alla Maestra Carmelina Gatti, la mia indimenticabile

                                       insegnate alla scuola elementare Edmondo De Amicis.

 

 

                            

Nel ricordo il mio paese è un paese crepuscolare,

osservato dalle grandi finestre di un’aula scolastica.

Gli elementi ci sono tutti: il vento di novembre soffia sulla nebbia,

la raccoglie, la disperde riportandola indietro.

La nebbia accerchia la voce dei corvi che dai campi

si alzano in volo e fanno mercato delle stoppie di riso.

I campi intorno al paese sono gialli e malinconici.

D’autunno nelle giornate di sole, il sole è lungo

lungo sul terreno.

Un paese tra nebbie e prati d’autunno, campanili,

messe e domeniche interminabili. La noia e la gazzarra

degli oratori.

Ma tutto questo non esiste ancora nella mente di una

bambina di seconda elementare e neanche lo vede;

riempie quaderni con pensieri, racconti pieni zeppi di vacanze,

prati affollati di specie assortite tra libellule rane e coccinelle,

cortili assolati, zanzare e solleone, giorni roventi, la canicola della

pianura. Nei primi anni sessanta si affaccia la vacanza estiva:

paletta e secchiello, stelle marine, le ferie coi genitori.

Agosto finito, i compiti di settembre.

Tutto che sembrava scorrere troppo lento

e invece se ne andava via in un lampo.

Il suo bagaglio risulta ancora leggero, ma il mio ricordo

procede sotto un carico più greve e aggiunge tocchi di colore

presi in prestito da momenti ancora di là da venire.

La memoria srotola un film dove il regista parla di mondi dispersi e

visti attraverso gli occhi di un se stesso che negli anni ha percorso

una lunga strada e cambiato molti abiti.

Con cuore mente e corpo si può aderire solo al presente,

il passato è costruzione cerebrale.

Gli anni trascorsi, ciò che siamo col tempo diventati,

l’epoca che ci accoglie, finisce per essere la lente deformante

con cui guardiamo al passato.

Un luogo dove agivamo come individui non più autentici,

ma semplicemente diversi da quelli che oggi ricordano.

Per questo motivo non credo nella memoria.

La memoria è una contraffazione.

Gli occhi di chi ricorda, pur se della stessa persona, non sono mai

idenditici a chi nel momento viveva; sono pieni di anni, gonfi di emozioni,

grevi di rinunce e avidi di balsami anodini o di rivalse.

Senza contare che nella testa esiste un omino ( che siamo noi ) con la                                                                                                                                     ruspa

che ammucchia o sotterra dettagli a nostra discrezione.

Non ci credo al punto da negare che mai l’uomo, pur ricordando,

pur ricordando con assoluta ostinazione, riuscirà mai a correggersi,

imparando dai propri sbagli. Ci sarà prima o poi un altro Olocausto

( se già non c’è, o già non ci sono, uno o più genocidi in giro per il mondo,

nascosti in regioni dimenticate, perpetrati nelle vie affollate

di qualche città caotica dove le lingue di Babilonia si azzannano tra di loro), così come non è mai sparita

la schiavitù e la sopraffazione, l’odio e la brutalità,

la crudeltà e la sottomissione.

Brutture e abbruttimenti ci dicono che i barbari sono sempre tra noi.

Ci sono sempre stati.

La memoria è un deformante gioco di specchi alimentato da noi stessi:

le luci del mattino sono più vivide per un occhio giovane,

le insoddisfazioni e i disinganni più amari.

In aggiunta le esperienze accumulate snaturano la visione

rendendo il passato più ricco o più misero di quanto fosse.

Gli amori raddoppiano di intensità, le persone si affacciano più amabili oppure odiose.

Scopriamo offese cocenti spesso ridotte a un bruscolo di polvere che riluce

nelle dorature del tramonto, a un cristallo di brina sotto il gelo di un cielo stellato.

I tranelli del ricordo sono risaputi.

Le distorsioni nel tempo si rincorrono.

La memoria ci confeziona ciò di cui abbiamo bisogno, serve alle convinzioni del nostro animo,

ci conferma nel modo in cui vogliamo essere.

La memoria è contemporaneamente una nostra emanazione e un giardino di misteri

di cui possediamo una chiave distorta da pacchi di contaminazioni.

Ho troppa fiducia nel dubbio per consegnarmi completamente alla memoria.

Dunque questa Trino era poi così crepuscolare…?

Il paese stava tra nebbie e  prati d’autunno, paese di molte chiese e pochi negozi

qualche cavallo da tiro ancora batteva e sporcava le strade. I bambini li guardavano e

per gioco si attaccavano ai carri.

Paese di lavoro agricolo, piccoli screzi e grandi invidie, segreti di famiglia

che non sarebbero venuti a galla senza fatti esplosivi capaci di aprire gli scrigni.

Ma di questo i bambini niente sapevano: colletto bianco, fiocco azzurro  e

grembiule  nero –  si andava a scuola.

In seconda elementare avevo una cartella rossa, portavo scarpe di vernice e quel mattino

ero senza berretto perché tra i capelli esibivo un fiocco giallo.

Prima di entrare avevo calpestato un tappeto di foglie secche che scricchiolavano sotto i piedi come patatine fritte.

Per me la mattina non sembrava mesta e malinconica, eppure in classe c’erano anche ” le orfanelle”.

Dal collegio arrivavano accompagnate dalle suore con al collo fiocchi azzurri striminziti che facevano tanta mestizia, e c’era un pudore in quella mestizia che non permetteva neanche le lacrime.

Le orfanelle non piangevano mai, perché tanto non c’era nessuno a guardarle.

I loro compiti, spesso non finiti, galleggiavano in un disordine pasticciato e dicevano molto di tutto.

La maestra con loro si arrendeva ancora prima di cominciare.

Per una di loro, la Costantina, non era come tutte le altre mattine, si teneva in testa un fazzoletto

chiuso sotto la gola.  Perché, perché… ?

Seduta nel banco pensavo che il fiocco giallo mi piaceva, ma la mia compagna dalla coda di cavallo

rosso fuoco si girava continuamente e la sbatteva in faccia a tutti. Bisbigliava qualcosa che passava

di bocca in bocca e a turno le bimbe si giravano a guardare Costantina.

Le testoline sembravano mosse da soffi d’aria: prima un gruppo, poi un altro, a turno

oppure qualcuna incredula e isolata.

Ma più sola di tutte era la Costantina, infagottata nel grembiule nero ereditato da qualcun’altra,

gli occhi bassi, l’aria afflitta, la fronte che sembrava liscia e più alta del solito.

Finalmente un mozzicone di frase mi portò la parola definitiva: Pidocchi…!

A quell’età il significato non era davvero chiaro. Io non ne sapevo niente,

altre ne avevano una vaga idea, poche davano informazioni con ciò che conoscevano

confusamente; univano fosche nozioni a grandi pregiudizi.

Era un marchio di sporcizia e povertà. Un segno compromettente.

Sotto l’invasione di quelle bestioline, la povertà si trasformava in colpa, una cosa infetta

da segnare a dito. Lo stavamo già facendo; i bambini non si muovono per compassione.

Solo nella retorica delle nonne i fanciulli racchiudono una profondità di sentimento

che nasce da una saggezza candita e elementare. Un cristallino sguardo sul mondo.

In realtà sono piccoli lupi che imparano dal branco.

Come sembrava smunta, misera e desolata sotto il peso di una nuova umiliazione

che proprio non ci voleva ( ma si sa che piove sempre sul bagnato…)

abbattuta come se avesse commesso un reato, la piena coscienza di essere un’esclusa,

una derelitta pur senza colpa, una piccola paria priva di decoro, esposta alla berlina e

al dileggio delle compagne.

I maschi sono brutali, le bambine sottilmente crudeli.

Le suore non avevano avuto altra scelta che rasarle la testa a zero e coprirla

con un fazzoletto che lasciava intuire la sua condizione di igiene non proprio esemplari.

All’inizio degli anni sessanta, nonostante il benessere crescente, esisteva solo questo metodo radicale

e sbrigativo per evitare contagi. Niente saponi o detergenti specifici.

Di solito i capelli dei bambini veniva regolarmente disinfettati con un insieme di petrolio

e lozione profumata, proprio come vent’anni prima.

Mamme e nonne strofinavano forte e tutta la testa pizzicava e puzzava, puzzava e pizzicava.

Con un pettine fitto ravviavano i capelli che restavano appiccicati tra loro finché non fossero asciutti.

I bambini frignavano un po’, diventavano inquieti e insofferenti, ma presto anche di questo

si dimenticavamo.

Per la Costantina nessuno si era presa questa pena, forse aveva troppi fratelli e sorelle.

O forse niente e nessuno.

Con gli occhi bassi fissava il banco di formica senza neanche il coraggio di tirare fuori

quaderno e matite. Il visino sconsolato incorniciato dal fazzoletto a fiori dai colori opachi.

Pregava Gesù Bambino di aiutarla, di farla diventare invisibile, darle grandi ali trasparenti

per volare via come le fatine delle fiabe; o trasformarla in una ninfa dei boschi per nascondersi

nel tronco degli alberi. Ma quando mai si era mosso Gesù Bambino per lei ?

Dentro un pensiero ancora inconsapevole, in un grumo nero le appariva la sua vita

con ben poche speranze.

La maestra, che scriveva alla lavagna e dava di schiena alla classe, si accorse del chiacchiericcio

curioso e malevolo; posò rumorosamente il gesso e scese dalla predella.

Nonostante la corporatura da scricciolo, si diresse verso il suo banco

tacchettando rumorosamente.

Si avvicinò e quando le fu a fianco le circondò le spalle con gesto protettivo.

– …E adesso basta con questa cagnara ! – urlò imperiosa – Smettetela

di fare le stupide, non voglio più sentire neanche una parola !

Da questa parte non c’è proprio niente da vedere, perciò giratevi verso

la lavagna e state attente !! – Ci guadò tutte con occhi induriti e sdegnati,

mentre le sue mani indugiavano affettuose e rincuoranti sulle spalle di Costantina.

Era la cosa più vicina a un’affettuosa premura materna che la bimba avesse

mai conosciuto. Forse in quel momento fu quasi felice.

Il suo gesto protettivo indugiò su di lei per parecchi minuti, dandole la forza di

ricacciare indietro le lacrime che si andavano gonfiando in un groppo alla gola.

Un’onda di vergogna e imbarazzo s’insinuò tra i banchi – io almeno così la percepii –

E la classe ammutolì di colpo, lasciando che il cicaleccio della bambina dalla coda

rossa rimanesse isolato e insulso, mentre il rame dei suoi capelli fiammeggiava spudorato

colpito da un sottile raggio di sole che cadeva obliquo dalla finestra.

Anche il mio fiocco giallo per un attimo sembrò un’ ostentazione futile

e fuori luogo – smaccatamente fuori luogo.

La maestra alzò il tono di voce per raccogliere la nostra attenzione e indicò sulla lavagna

l’argomento della mattina. Fu un sollievo aprire il quaderno e scrivere.

E dopo…? –  Dopo tutto finì lì, come era giusto che fosse.

 

 

 

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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