Michele e i cavalli

cavalli Dopo il pranzo di Santo Stefano sopra il tavolo appena sparecchiato nonno, zio, il fratello e due amici giocano a carte. In cucina tre donne chiacchierano e mettono in ordine mentre le due più anziane borbottano qualcosa davanti alla televisione, con Lucia e i nipotini che giocano sdraiati sul tappeto.
Il varietà del pomeriggio è un pastrocchio pieno di ospiti e facce da rotocalco, e il presentatore urla sguaiato in mezzo alle ballerine vestite come veline di babbo natale.
In famiglia tutti si sentono rimpinzati di troppo cibo, siedono rigidi sulle sedie scomode cercando di dare respiro alla digestione, tranne le due più anziane che sprofondano nelle poltrone con l’intenzione di sonnecchiare. Nella pesantezza dell’atmosfera la musica del televisore suona particolarmente sconnessa. La casa intera risente dei vapori caldi e degli odori delle pietanze scivolati fin sotto le coperte.
I bambini si rotolano scomposti sul tappeto, già stanchi dopo un giorno dei giocattoli nuovi.
Michele lecca le ruote del camion e poi lo sbatte a terra; non contento comincia a sbatterlo sulla schiena del fratellino con grandi urla e pianti.
La mamma schizza fuori dalla cucina e lo trascina via – Senti vacci un po’ a spasso, prima che sia il danno della giornata – dice con affanno a Lucia; e mentre si china per abbottonargli il piumotto, ciocche di capelli le ricadono sulla fronte e sugli occhi dandole un’aria stravolta e desolata.
La zia chiede spesso a Lucia di dare un’occhiata a quel bambino perché lei è una ragazza tranquilla, con molta pazienza e la zia si stanca coi due figli e anche quest’ultimo, Michele, che a cinque anni corre e salta più o meno come gli altri bambini ma quasi non parla, mastica qualche sillaba e vede tutto attraverso gli occhi sporgenti del mongoloide .
Non sa spiegarsi e proprio non capisce che non deve spingere il fratello più piccolo, ma lui lo fa cadere continuamente.
Così Lucia lo porta a passeggio dopo il suo lavoro da camiciaia – anche se le camicie non le capitano mai e cuce soprattutto mutande, grembiuli, tute da ginnastica e da lavoro. Forse tra un po’ neanche più queste, perché i laboratori dei cinesi si portano via quasi tutte le ordinazioni e il capannone dove cuce cambierà attività: confezionerà gli shampoo prodotti da una ditta tedesca. Fa lo stesso, basta che non la lascino a casa, anzi il lavoro sarà magari più leggero, meno di attenzione. La zia poi le dà qualcosa che lei aggiunge alla paga e così può comprarsi le scarpe alte e un mini – abito nero e sexi per andare a ballare. Quando arriverà a uscire con un ragazzo, però, ha paura di non aver più tempo per quel nipotino.
Se lo fa con piacere, di occuparsi di Michele, non sa neanche lei, più che altro, pensa a tutto ciò che la sua pazienza può comprarle.
E con Michele di pazienza ce ne vuole davvero tanta. Quando ci si mette è proprio un fastidio, la irrita con le sue smorfie da scimmiotto – povero scimmiotto! Non dà retta, per strada non vuole prenderle la mano, scappa in continuazione a un pelo dalle macchine, non risponde, mette a dura prova i riflessi di tutti, i suoi e quelli del suo angelo custode, che deve star sveglio anche di notte per ripescarlo quando nell’oscurità si butta giù dal lettino. In casa poi non combina che disastri e sono snervanti i suoi giochi che finiscono con brutti capricci, e tutto quel non capirsi l’un l’altra.
– Vieni Michele, andiamo a vedere i cavalli! –
Non lontano da casa, lungo una strada asfaltata che curva verso i prati dell’aperta campagna, proprio quasi sul ciglio si trova un recinto costruito da poco dove qualcuno, nelle giornate di sole, porta una bella cavalla baia col suo puledro a pascolare e prendere una boccata d’aria.
– Non ti allontanare Michele , stai vicino a me! –
E Michele si mette subito a correre via trotterellando verso i cavalli coi suoi piedi storti, cade due volte, si rialza, la terza cade con più violenza e Lucia corre a riprenderlo e a spolverargli la terra dai vestiti; lui si rimette subito a correre senza piangere.
Quest’anno non c’è neve e poche sono le gelate, così ciuffi d’erba sono rimasti ancora verdi e nascondono strani grappoli di fiori minuscoli che ci vorrebbe la lente per vederli. Una cosa un po’ fuori stagione.
Sul margine appena prima del prato riacchiappa Michele e tenendolo stretto gli mostra l’erba col dito. Si china a raccogliere un piccolo stelo che porta attaccati i piccolissimi fiori color ciclamino . Una vera stranezza – le foglie poi hanno un aspro odore di verde, di menta forte; forse la stessa piantina è un tipo di mentuccia selvatica e polverosa.
– Guarda Michele, che bei fiorellini – esclama Lucia prendendolo in braccio e offrendogli lo stelo. – Senti che profumo…!- Michele lo guarda assorto, poi se lo avvicina al naso, apre la bocca e lo mangia.
– Ma che fai, Michele!!…- grida Lucia battendogli sulle mani e dandogli piccoli buffetti sulla bocca per togliergli dalle labbra i pezzi di foglia.
– Sputa, Sputa! –
Michele caccia fuori la lingua dove è rimasto ancora qualche pezzo di verde. Lucia lo rimette a terra e lui corre verso la staccionata, si ferma a pochi metri, di colpo, come ingessato..
– Guarda Michele, i cavalli! – Lucia gli indica la cavalla e il puledro che camminano pesantemente sull’erba del recinto, pestandola tutta con gli zoccoli. Ma è superfluo, Michele li fissa già, fermo e immobile, la testa protesa in avanti e gli occhi sporgenti: le palpebre a mezz’asta, la bocca aperta per lasciar cadere un filo di saliva, la nuca piatta in linea col collo, tutto uno sforzo di curiosità e concentrazione: non esistono al mondo che quei cavalli. Un aereo passa col rombo di un tuono soffocato, ma Michele lo ignora e voltandosi verso Lucia indica col dito: – L’alallo! –
Giungendo Lucia lo prende per mano e si avvicinano ancora di qualche passo allo steccato.
– L’alallo! – chiama Michele.
– Guarda, adesso gli diamo da mangiare – Lucia strappa una manciata di erba e la getta nel recinto oltre la palizzata. Il fascio d’erba cadendo si sparpaglia, ma il movimento attira le bestie.
Subito la cavalla si avvicina infilando il muso tra le assi di legno. Michele comincia anche lui a lanciarle dell’erba che un soffio d’aria disperde in giro.
La cavalla ha uno sguardo molto dolce, un po’ mangia un po’ guarda Michele che le si avvicina sempre di più. La cavalla lo annusa; pulsano le grandi narici carnose cercandolo; gli respira addosso con degli sbuffi forti e lenti, facendo tremare ogni tanto le labbra a pochi centimetri dal viso: quell’ alito non ha alcun odore, è solo caldo e umido, avvolgente nella sua inconsistenza come un gesto d’amore.
Il puledro accortosi dell’assenza della madre si avvicina scalpitando in modo incerto, e forse mosso da una piccola gelosia infantile, la tocca col muso richiamandola a sé.
La cavalla si volta e lo segue verso il centro del steccato.
Michele rimane fermo a guardarli andar via. Nella posa immobile, con le braccia lungo i fianchi e le piccole mani chiuse a pugno, grida tutta la sua delusione. Non cerca neanche di scacciare quel senso di abbandono guardando altrove, lo prende tutto su di sé e gli dà il colore del suo corpo.
Lucia gli si avvicina, lo prende in braccio e osserva da vicino la sua faccia che si tira indietro; da alcuni giorni sulle guance si sono accese macchie rosacee per l’allergia a certe medicine: istintivamente ci passa sopra il dito sperando di tirarle via insieme alla polvere e a qualche goccia di fango. Gliele bacia a lungo dolcemente. Risale il bordo erboso portandoselo in braccio.
– Vieni Michele, adesso andiamo sulle altalene -.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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