Stracci e diamanti

Mia nonna aveva una voce fantastica e cantava divinamente. Io sono a malapena intonata e mia sorella, che pure è bellissima e suona anche il piano, penso non abbia mai canticchiato oltre la cucina e il bagno del suo appartamento. Quella voce non ha avuto trasmissione genetica. Ma il peggio è che non esiste alcuna registrazione che testimoni il suo talento, e la cosa mi rattrista enormemente.

Possedeva una voce che poteva definirsi da mezzosoprano, per intenderci, cantava in chiesa nelle funzioni solenni e nel coro amatoriale diretto da un’insegnate di musica, dove intonava blues e spirituals con ruolo di solista senza aver mai studiato una parola d’inglese.  Di lei mi rimane solo l’amore per l’ascolto del bel canto, in tutte le sue espressioni, senza riserve senza snobismi. La voce umana che trascina fuor di sé la propria volontà di vita e di espressione, al di fuori del concetto di successo, senza il quale non riusciamo più a rapportarci con nulla. Una infiorescenza priva di superbia che diffonde profumo lungo il profilo di un miraggio, oscilla nelle tonalità di salute, vigore, bellezza – gratitudine nell’ebrezza di una briciola di vita che non sperava di levarsi così in alto sopra la pesantezza della materia. Questo è il canto quando si appropria dell’aria.

Ascoltando X-Factor e la sua rassegna di voci  giovani e giovanissime,  limpide, meritevoli di speranze e occasioni, non individuo nessuno che possa ricordarmela e sappia trascinarmi via in un modo tanto potente con note acute e coinvolgenti alla Barbra Streisand, senza per questo confondersi col canto lirico – e per altro verso risultando priva di quel distacco che rende Ella Fitzgerald, per esempio, in molte esibizioni un tantino estranea e distante.

Mia nonna era figlia di genitori separati, con tutto ciò che negli anni venti-trenta significava quella condizione decisamente anomala e oltremodo difficile. Sua madre non aveva soldi per farla studiare, tanto meno canto. Restava l’occupazione stagionale della mondina e, se avevi qualche capacità manuale di precisione, il lavoro di sarta e ricamatrice. Mia nonna li fece entrambi.

Se poso lo sguardo su di noi ( mi trovo in prima linea) popolo coltivatore della creatività, con i nostri insignificanti sacrifici, le ridicole rinunce,  carichi di grottesche fatiche; così ipernutriti di sogni,  aspettative, dotati soprattutto di sostanziose e incandescenti velleità – non guadagno  altro che la consapevolezza di una meschinità diffusa e un egotismo avido di ammirazione.

Orestina e Jolando ( i miei nonni ) in questo mese di novembre li voglio ricordare. Furono una coppia unica, combatterono come leoni, tra di loro e col mondo. Fecero della loro esistenza un’arena, una corrida, un palio, animata dallo stesso slancio disperato e vigoroso. Difficile trovare un’altra coppia così.

Un ricordo intangibile che non posso  spiegare oltre, come non posso riproporre quella voce che non fu mai registrata e alla quale dedico il brano che segue.

Scritto come meglio ho potuto; carente, inadeguato a trasmettere una sostanza impalpabile e smarrita nel tempo – non dà l’idea e non le rende merito per niente.

Un altro tipo di voce

Attraverso la vita raccogliendo stracci e diamanti,

con attenzione muta e caparbia – rimuginante –

come l’accattone che sbuca dal sottopasso

della metropolitana per raccontarti i suoi ultimi

incontri con gli alieni – o l’emigrato straccione

che si trascina verso la fredda periferia

dei giganteschi condomini semibui

dove l’erba ghiaccia tra pattume

e vetri frantumati,

coni di luce bianca e angoli pieni di minacce.

Non c’è aria per cantare, non posso sciogliere

la voce in felicità angosciosa e ondeggiante,

in felicità limpida e cristallina, nella fragile

fascia setosa delle note. Non mi è stata donata.

A pensarci bene è passata accanto,

come l’ala di un cappello affascinante

sfiorandomi.

Mia nonna aveva una voce unica

che nessuno pensò mai di valorizzare.

Sarebbe bastato un registratore

per risentirla – e invece niente.

Una trascuratezza che mi amareggia.

Lei stessa era convinta che non fosse il caso.

Starsene sul palco a cantare, non valeva la pena.

Erano altri tempi, un’epoca che conservava pudore

e nello spettacolo pesava una sorta di vergogna.

Lei continuava ad avere una voce portentosa

che esibiva sulle pedane degli oratori,

mescolata ai timbri sconnessi dei cori improvvisati.

Le note, non sapeva leggerle, ma la musica, se c’era,

poteva guardarla dritta negli occhi e portarla con sé.

Le navate della chiesa, durante le funzioni religiose,

vibravano per il suo canto che esplodeva in esultanza

sopra le teste ripiegate sul petto e coperte da veli

di pizzo. Guidava il canto con una fermezza

che permetteva al sacerdote di riposarsi e

le intonazioni esitanti venivano lasciate indietro.

La potenza si dispiegava con le note dell’organo.

Esultavano insieme quando gli acuti

si smaterializzavano nel cromatismo vigoroso

e lucente delle lunghe canne a fumaiolo,

dentro lo spazio soffice e solenne delle volte affrescate.

Non esibivano nulla per se stessi, se non la grazia

che discende da un luogo misterioso e

un tocco di approvazione li colpiva entrambi.

Tonalità di salute, vigore, bellezza –

l’ebbrezza riconoscente di una vita

che non sperava tanto.

Il gorgheggio srotola seta sopra la luce.

Un procedere di gloria in gloria.

Alleluia a cascate.

Lunghi vocalizzi per raggiungere l’ineffabile.

Un risplendere d’echi che avrebbero dovuto

prolungarsi oltre stagioni di difficile comprensione,

correre nel sottosuolo delle catene genetiche,

elettrizzare flussi di sangue differente e

inserire un due punti  nel tentativo di spiegare,

in quel gorgheggio, un complesso intreccio

di discendenza –  Un trillo cristallino

come dono all’alba stupefatta.

La mia voce, al contrario, striscia fuori da un baule

forzando lucchetti arrugginiti. Aumenta di volume

involontariamente coprendosi di pelo ispido.

Ha la forma di un cane affamato che fugge da

un cortile all’altro incalzato da urla invereconde.

Ad ogni passo può cedere alle zanne di un famelico

lupo vestito di fumo notturno. Sbava affacciato ai

comignoli.. Immagina un futuro di lussuria.

E appunta il suo timbro come una spilla sull’orecchio:

da quel foro parla per enigmi, propone indovinelli

con una stridula nota di sofferenza,

di nascosto se la ride, come se lo sfratto fosse

un divertimento.

Il chiarore della luna pallida gli è delatrice

e brillantando, svampata dal riflesso di

una pozzanghera, conquista una fama oscura

che non vorrebbe avere.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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4 risposte a Stracci e diamanti

  1. chocolate tales ha detto:

    un sognatore meschino, cui basta una scrollata di spalle, un gioco di parole, per trovare la redenzione. In superficie, però. Ma può bastare, chè si ha un’anima tormentata.
    Mi chiedo: la meschinità e il sogno si vendono a coppia o il primo è un gentile omaggio per chi acquista un etto del secondo?

  2. emmapretti ha detto:

    Sogni – ovvero : l’ illimitata composizione di materia e di ombre. I giochi di parole compongono la materia solo in altre ombre, perciò non mi pare ci sia redenzione quanto piuttosto un avvolgersi progressivo dentro la rete del sogno.
    Per quanto riguarda il binomio meschinità-sogno rimando al componimento ” Il sognatore “, una delle liriche che più amo della mia raccolta ” I giorni chiamati nemici ” . Un caro saluto 🙂

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