Una giornata di permesso

Un pullman di linea si era fermato poco più avanti. Gas di scarico e poi lo sbuffo delle porte pneumatiche. Poche persone scese.

D’estate a metà mattina i pullman semivuoti portano in giro solo odore di pneumatici e caldo.

Mentre chiudeva le porte, tra gli ultimi, una donna con due bambini a fianco s’incamminò venendo avanti nella mia direzione. Portava una grande borsa gonfia di roba da cui usciva il bordo coloratissimo di un asciugamano di spugna; i bambini le sgambettavano a fianco, incespicando ogni tanto coi sandaletti di gomma. Il più alto teneva in mano un giornalino e ogni tanto rallentava per dargli un’occhiata, poi prendeva una leggera rincorsa cercando di rimettersi al passo senza che la madre si voltasse a guardarlo. Il piccolo, non arrivando alla mano della mamma, stringeva il manico della grande borsa, ci sbatteva contro il fianco e si faceva tirare.

Con l’altra mano la donna trafficava dentro la borsetta a tracolla in cerca di qualcosa: un fazzoletto da naso. Si fermò, si girò verso il piccolo, lo fece soffiare senza mollare il borsone e riprese a camminare.

Era giovane, accaldata, ma si sforzava di sembrare fresca e volenterosa. Quando fu a poco più di un metro da me, alzò gli occhi scuri e chiese gentilmente un’indicazione: voleva sapere quanto ci voleva, e se era molto distante, la piscina delle “Acacie” –  Ci pensai su un attimo e istintivamente girai gli occhi verso est: lo era –  in linea d’aria dieci minuti, a piedi una tirata di mezz’ora buona seguendo le strade della periferia residenziale; fiancheggiando gli edifici di due scuole deserte per la chiusura estiva, seguendo il marciapiede che portava a un modesto supermercato, con scarso parcheggio e uno spiazzo dove a quell’ora i carrelli in acciaio scintillavano al sole e dopo sarebbero diventati roventi. Più avanti un viale fiancheggiava la sponda del fiume, che è distante per via dei prati, e lo scorrere dell’acqua non si può né vedere né  sentire.

Una carreggiata dall’asfalto scuro, con le righe bianche ben definite, segue il viale; ma è una strada di poco passaggio, che non porta a niente di che, un giro morto per smaltire un po’ di traffico in uscita, furgoni di artigiani e le automobili dei residenti in zona.

Il viale bisogna percorrerlo tutto, quasi fino in fondo, lasciando correre lo sguardo su campi di meliga e costruzioni in disuso –  non c’è altro modo per tener occupata la mente. Uno di questi edifici tempo fa è stato trasformato in sede per l’ Associazione Alpini; mentre più in là un vecchio capannone ricoperto di enormi graffiti, è diventato il luogo dove i giovani d’estate animano notti rock, spaghettano e riempiono i campi vicini coi loro spasimi d’amore, sotto un cielo quasi sempre appannato dall’umidità.

Intanto ci si chiede perché nessuno pensi a demolire per far posto a qualcosa di nuovo.

Passata la rotonda d’oltreponte trovi la piscina, che si allunga verso il ciglione del fiume a raccogliere una caterva di zanzare.

Lo stabilimento, una volta anche bar-ristorante e sala da ballo, costeggia il viale con due campi da tennis in terra battuta, delimitati da una siepe d’alloro piuttosto rada. L’interno è ordinato e squallido. Mi fa venire in mente il cortile degli oratori,  i loro perimetri cementati, quell’ austerità  che conteneva il senso greve dell’esistenza, il concetto rigido e severo del divertimento e del gioco, a cui non bisognava mai indulgere troppo o aderire con troppa partecipazione. Là dentro ogni cosa sembrava predisposta per scoraggiare la ricreazione, eppure i bambini di intere generazioni erano cresciuti giocandoci. Un vero miracolo.

Nel frattempo stavo pensando al percorso migliore da indicare e se potevo offrirle un consiglio adeguato senza sembrare un’impicciona.

Perché fare tanta strada per arrivare in un posto come quello,  senza uno spazio veramente adatto ai bambini; comprare gelati e bibite in eccesso, sopportare le loro proteste, discutere e poi rimandarli in acqua solo per trovare qualche minuto di sollievo?

Perché questa donna  affrontava una giornata simile, caricandosi di un’inutile fatica? non aveva la macchina?  o la macchina era una sola e serviva al marito per andare a lavorare?

La sua gonna e le infradito davvero economiche dicevano abbastanza. Notai una sottile ciocca di capelli appiccicata sul lato esterno della guancia; portava un paio di orecchini da tabaccaio che la facevano sembrare una profuga.

Rivolgendomi la domanda aveva mostrato una mano piuttosto tozza, con la pelle arrossata, da lavoratrice. Le gambe e le caviglie percorse da vene ben visibili.

Niente lavoro oggi? Una giornata di permesso, o magari qualche feria non goduta ancora dell’anno scorso che aveva deciso di passare coi bambini per farsi perdonare di non essere mai a casa, di arrivarci stanca, di muoversi indaffarata in quelle poche ore domestiche da una stanza all’altra; di ascoltarli in modo frettoloso. Un modo di chiedergli scusa per i compiti non riletti e per le lezioni che non faceva in tempo a sentire: i bambini arrancavano a scuola, lei arrancava lungo tutto l’arco della sua giornata.

( Com’è il tuo datore di lavoro: comprensivo, una carogna? Una carogna comprensiva?

Magari ne avessi uno così anch’io, ma ho smesso di lavorare poco mesi fa e non c’è modo di tornare indietro )

Doveva farsi perdonare ora, adesso, in queste poche ore che gli metteva a disposizione,  le troppe merendine e pizze e focacce che lasciava correre purché mangiassero senza far storie. Voleva discolparsi per il loro prossimo futuro di adolescenti astiosi e sovrappeso, pronti ad accusare lei e il mondo intero, a vendicarsi con sottile perfidia creando ansie e angosce a ripetizione.

Eppure attendeva da me con sguardo luminoso, glielo accendeva un’ingenua anche se ignota speranza: che il tempo le sarebbe bastato, che le buone intenzioni sarebbero bastate.

Aveva i capelli scuri che sfioravano le spalle e ricadevano pesantemente, non c’era un soffio d’aria per farli vivere un po’.

Mentre cercavo di indicarle il percorso, i due bambini discutevano per conto loro. Il più piccolo tentò di tirar fuori qualcosa dalla borsa: c’infilò dentro la mano fino a metà braccio – non riuscendo a trovare ciò che cercava, lasciò perdere.

Sollevò un attimo la testa come per rivolgere una domanda alla mamma,  poi si diresse deciso  verso il fratello. Vidi che aveva intenzione di togliergli di mano il giornaletto: anche il fratello se ne accorse, accelerò il passo e si scostò, il piccolo lo rincorse  senza riuscire a raggiungerlo. Era suo fratello più grande e si teneva stretto il giornale con l’aria di averne il sacrosanto diritto.

Con un gesto del braccio indicai l’ultima svolta a destra prima del viale e contemporaneamente s’alzò un volo di colombi grigi che stavano assediando il bordo della fontana al centro della piazza. Stanchi di starsene al sole, si rifugiarono sul tetto della stazione degli autobus; ma non tutti si mostrarono soddisfatti, alcuni tornarono presto alla fontana, altri planarono sul marciapiede, curiosando sfacciatamente tra le locandine a terra di un’edicola.

Non smisero un momento di agitarsi; mentre parlavo svolazzavano continuamente a gruppi, dagli alberi alla fontana, dal sole all’ombra, e il frullo di ali era percepibile e fastidioso.

In quel preciso momento il marciapiede sembrava disertato dal resto del mondo – la guardai negli occhi e lei si sorprese: il mio volto non le  era famigliare, aveva più anni, non le trasmetteva nulla. Due donne che vagavano disorientate in spazi anonimi, animati solo da torme di pennuti avidi e indifferenti. Lei col suo carico di lavoro e di doveri divisi tra il cuore e le scarpe; io con la mia depressione post-operatoria, un coagulo di vita con visioni di ospedali e corridoi difficili da percorrere. La fatica della sofferenza: una fatica senza sogno e senza obiettivi, salvo che speri finisca presto. Non pensi neanche più al futuro, cautamente nutri la speranza di una notte in assenza di dolore. Non chiedi niente più del minimo. Si combatte per un osso già spolpato.

Nonostante tutto mi parve di aver dato indicazioni chiare: alzò la fronte un attimo, misurando a volo le distanze. Cercai di aggiungere qualcosa – Ci sono altre piscine in città… – ( chiaro che veniva da fuori, da qualche paesetto dei dintorni ) -…più comode, che si possono raggiungere con un bus-navetta –

– Non so, vado a vedere com’è e poi ci penso… – Capii che restava ferma sul suo programma; non chiese altre spiegazioni, non sembrava interessata a saperne di più.

La sua mano stringeva la borsa con vigore e le spalle tradivano una leggera impazienza: il piccolo con una mano stava tirando l’orlo dell’asciugamano e con l’altra dava di nuovo l’assalto a qualcosa in fondo alla borsa; rischiava di far saltare fuori tutto, bisognava incamminarsi e distrarli.

I bambini volevano che andassi via. Avevano cinguettato fino ad allora pregustando qualcosa, poi c’era stata un’interruzione e le mie parole erano sembrate fastidiose e inopportune, come un nuvolone sopra il sole.

Disse  – Grazie! – mentre con gesto indaffarato raccoglieva a sé i bambini e schivava il mio sguardo dispiaciuto, indecisa com’ero se continuare a parlare abbozzando un consiglio o abbandonarmi all’infelicità che saliva sù come il cattivo odore dei tombini.

– Prego – risposi con un tono che venne fuori lento e la raggiunse di schiena mentre già s’incamminava.

Rimasi ferma alcuni istanti, spaesata; provavo per lei un sentimento fraterno, materno, amichevole – non so – non volevo se ne andasse. Desideravo assumermi il ruolo di guida turistica, ma anche di maestra di vita, offrire la mia disponibilità, anche se non richiesta. Mi avrebbe fatto piacere essere utile. Volevo darle una mano, un aiuto anche minimo, e ricevere in cambio una sensazione diversa, meno desolante. Ripresi controvoglia la mia direzione; i primi passi furono automatici e soprapensiero: la stavo seguendo mentalmente e con preoccupazione lungo il percorso periferico.

Mi avviai verso la macchina  parcheggiata sotto un albero che non riusciva più a farle ombra completamente: per metà stava sotto il sole. Oscillavo a ogni imperfezione del selciato e mi facevano male caviglie e ginocchia.

Salii in auto, misi in moto, grattai la marcia dalla prima alla seconda; qualcuno mi suonò stizzito perché non avevo segnalato con la freccia. Mi sentii un’incapace, fragile e inadatta; sopraffatta da quel vuoto di promesse che ti fa venir voglia di sparire dalla faccia della terra. Che farci? A questo punto della mia vita ogni rimedio sarebbe stato lo stesso valido e ingannevole, dovendo sceglierne uno, davvero non avrei saputo quale. Le mie ruote giravano sopra un lucido granuloso asfalto di magone nero.

Il traffico scorreva portandomi da un semaforo all’altro, come il fiume stacca dalla riva un rametto insignificante e lo trasporta dove gli pare; non c’era proprio niente che potessi farci.

Mi fermai al rosso; stringevo il volante bollente, tiravo su col naso e singhiozzavo.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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6 risposte a Una giornata di permesso

  1. chocolate tales ha detto:

    sembra quasi che nulla sia reale senza il tuo sguardo; riesci a dare, in maniera lieve, il “giusto” valore alla vita. Poesia. Per fortuna c’è la poesia, anche tre le corsie.
    Mi piace tantissimo e mi chiedo come mai si voglia fermare sempre e solo chi è già di spalle.

  2. emmapretti ha detto:

    Ti ringrazio per il commento , ma soprattutto perché ogni tuo giudizio arriva nel momento adatto per rinfrancarmi. Penso che un certo tempismo ristoratore sia una tuo dote innata! :))
    La tua ultima domanda è interessante e non so spiegarla compiutamente, se non dicendo che il grumo delle nostre emozioni è spesso confuso e inconoscibile a noi stessi e il lasso di tempo che ci serve per districarlo ci fa perdere spesso l’occasione di fare la mossa giusta al momento giusto.

    • chocolate tales ha detto:

      e ogni tuo post arriva per farmi mettere a fuoco quel che mi accade 🙂
      Forse abbiamo un tempismo riparatore, che se non riesce a farci cogliere le occasioni, almeno rende la riflessione più profonda e meno zuppa di rimpianti.

      Il grumo delle emozioni è confuso, di certo, ma non è solo quello. Credo sia il panico, la paura di ammettere delle emozioni, di mettersi in gioco, che induca a un eterno “poi”, in attesa, forse, che sia il caso, la fortuna o il destino a decidere per noi.
      E decide – se ci credessi, ma alla fine ci spero – sempre che è lontano da noi, chissà come mai 😉

      • emmapretti ha detto:

        Certo, è presente anche questa componente. La tua domanda è d’interesse proprio perché ha diverse sfaccettature. Merita una riproposta magari su twitter. In questa sede se qualcuno vuole intervenire è il benvenuto.

  3. Giusy ha detto:

    Ho le lacrime agli occhi, profondo, senza parole.

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