L’ultimo dei cocomeri in strada

Una volta nei giorni di Ferragosto arrivava l’uomo che vendeva le angurie. L’ambulante piazzava le sue casse di cocomeri e qualche altra frutta di stagione a ridosso del campo sportivo, vicino all’incrocio della strada che arriva giù dalla collina. Poi sotto un  tendone verde rettangolare disponeva le panche intorno a un lungo tavolo e aspettava seduto vicino alle casse. Ogni estate il marciapiede bollente cercava di mangiarsi la sua sedia pieghevole che però resisteva fino a metà settembre, quando i primi temporali lo facevano sloggiare..

Vendeva anche anguria a fette e la si poteva consumare seduti al tavolo.

Si fermavano verso le cinque compagnie di giovani in motorino per merendare affondando i denti nella polpa rossa e croccante, sputandosi addosso i semi nel tentativo di accecare l’amico di fronte.

Gruppi di motociclisti si dissetavano verso sera, e dopo cena comitive di adulti continuavano a tagliare angurie e fare chiasso fino alle undici e oltre.

Tra una combriccola e l’altra arrivavano alla spicciolata i compratori di cocomeri interi da portare a casa. L’uomo con il coltello ne ritagliava un cuneo e lo dava in assaggio: il cliente dopo decideva.

Non so quale sia stato il primo venditore di angurie che ho visto, ma ricordo molto bene l’ultimo.

Una domenica di cinque o sei anni fa scendevo dalla collina in auto. Il tardo pomeriggio era grigio di afa e nuvole opache. Vidi l’ambulante sul marciapiede e decisi di comprare un’anguria e quel tanto di frutta che mancava in frigo per la cena. Fermai l’auto, scesi e dopo pochi passi considerai che quella fermata me la potevo anche evitare: la bancarella aveva un’aria miserevole, montata alla bell’e meglio in un disordine desolato – se tanto mi dà tanto comprare sarebbe stato buttar via i soldi. Ma a quel punto ero già di fronte alle cassette di legno. Mi venne incontro un uomo grasso, dagli abiti sudici e bagnati di sudore – un marocchino che agitò per aria mani e unghie nere per indicarmi di scegliere, scegliere pure. Si era portato dietro il figlio, un bambino di sette-otto anni che si alzò subito in piedi al suo fianco. Sembravano ansiosi di accontentarmi e vendere un po’ di merce; probabilmente di clienti non dovevano averne visti molti durante la giornata.

Comprai un cocomero e quando girai verso la frutta il bambino mi seguì e cominciò a guardarmi con una curiosità indiscreta. Aveva un viso arguto. Probabilmente era appena arrivato da un villaggio mezzo affondato nelle sabbie e mi tallonava – non tanto per controllarmi ( anche se in altre occasioni tener d’occhio la merce doveva essere suo compito), ma per scrutarmi in faccia come se fossi un’aliena. Il padre si voltò e lo vide, non gli piacque – a questo punto mi aspettavo arrivasse uno scappellotto sbrigativo, invece quell’uomo grasso e lercio si rivolse al figlio nella sua lingua con un tale amorevole garbo che il rimbrotto suonò musicale e il ragazzino capì subito, annuì e si allontanò, senza broncio o malumore. Sentii arrivare un’onda di tenerezza. Comprai più frutta di quanta me ne servisse, scelsi la meno matura ( l’altra sgocciolava già in sciroppo), il marocchino me la pesò, pagai un prezzo irrisorio e prima di andarmene cercai con lo sguardo il bambino per fargli un sorriso, ma lui si era ormai allontanato, stava cincischiando con qualcos’altro e non mi guardava più.

A cena trovai anguria e frutta proprio niente male.

L’anno dopo non si ripresentarono, e non venne più nessun altro a vendere sopra il marciapiede infuocato del campo sportivo. Ora le angurie se ne stanno al fresco, tagliate a fette sopra le superfici bianche e igieniche dei supermercati.

Per quei due, padre e figlio, spero se la siano cavata – spero abbiano imbroccato un commercio migliore e più redditizio. Spero che quel furetto curioso sia diventato un ragazzo intraprendente e meritevole – e per la gioia del padre, sotto certi aspetti migliore di lui.

Nel frattempo noi siamo diventati meno rustici: nelle giornate assolate passiamo da uno spazio all’altro respirando l’aria asciutta e refrigerata dei climatizzatori, e usciamo la sera per andare a mangiare al “giapponese”.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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Una risposta a L’ultimo dei cocomeri in strada

  1. You are exactly correct with this one!!

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