Traduzioni di Robert Frost

Questo post riguarda il lavoro di traduzione da me portato avanti alcuni anni fa sulle due prime raccolte di Robert Frost A boys will (1913) e  North of Boston ( 1914 ). Quest’ultima si differenzia dalla prima soprattutto per la presenza di numerose liriche d’impianto teatrale e narrativo, all’interno delle quali Frost muove almeno due personaggi facendoli dialogare tra loro in una cornice che a prima vista potrebbe sembrare assolutamente realistica, se non fosse che ogni realismo americano è un realismo simbolico, vale a dire teso a nascondere il tema vero del dialogo sotto la patina monotona del quotidiano e l’opaco lucore della consuetudine pragmatica.

Soprattutto questa raccolta, con la sua quasi totale assenza di lirismo, potrà sconcertare il lettore italiano più abituato all’iperbole lirica e al gioco incrociato delle metafore – ma nondimeno, superato l’ostacolo, offrirgli nuove e forse intriganti chiavi di lettura.

Ma al di là delle affilate accuse, quanto delle più accorate e passionali difese che possono ruotare intorno alla sua “impassibile” figura poetica, il vero valore di questa poesia può essere individuato solo nella misurazione della sua capacità di sprigionare ancora una considerevole gamma di evocazioni e richiami, lanciati alla volta di un mondo, quello moderno, che ha mescolato e confuso i suoi valori. E di questa capacità solo il lettore può esserne il termometro.

Dalla raccolta  ” The boy’s will ”  ( 1913 )

In Neglect.

They leave us to the way we took,

As two in whom they were proved mistaken,

That we sit sometimes in the wayside nook,

With mischievous, vagrant, seraphic look,

And try if we cannot feel forsaken.

Nell’abbandono.

Ci lasciano indietro lungo il cammino

che abbiamo intrapreso

come se in noi avessero scorto un errore,

e qui sediamo qualche volta

in disparte sul ciglio della strada

con malizioso serafico sguardo di vagabondi

mentre cerchiamo di non sentirci abbandonati.

Da “North of Boston” (1914)

 

Mending Wall

something there is that doesn’t love a wall,

That sends the frozen-ground-swell under it,

And spills the upper boulders in the sun;

And makes gaps even two can pass abreast.

The work of hunters is another thing:

I have come after them and made repair

Where they have left not one stone on a stone,

But they would have the rabbit out of hiding,

To please the yelping dogs. The gaps I mean,

No one has seen them made or heard them made,

But at spring mending-time we find them there.

I let my neighbour know beyond the hill;

And on a day we meet to walk the line

And set the wall between us once again.

We keep the wall between us as we go.

To each the boulders that have fallen to each.

And some are loaves and some so nearly balls

We have to use a spell to make them balance:

“Stay where you are until our backs are turned!”

We wear our fingers rough with handling them.

Oh, just another kind of out-door game,

One on a side. It comes to little more:

There where it is we do not need the wall:

He is all pine and I am apple orchard.

My apple trees will never get across

And eat the cones under his pines, I tell him.

He only says, “Good fences make good neighbours.’

Spring is the mischief in me, and I wonder

If I could put a notion in his head:

“Why do they make good neighbours? Isn’t it

Where there are  cows? But here there are no cows.

Before I built a wall I’d ask to know

What I was walling in or walling out,

And to whom I was like to give offence.

Something there is that doesn’t love a wall,

That wants it down.” I could say “Elves” to him,

But its not elves exactly, and I’d rather

He said it for himself. I see him there

Bringing a stone grasped firmly by the top

In each hand, like an old-stone savage armed.

He moves in darkness as it seems to me,

Not of woods only and the shade of trees.

He will not go behind his fathers saying,

And he likes having thought of it so well

He says again, “Good fences make good neighbours.’

Costruendo un muro.

C’è qualcosa che odia i muri,

fa gonfiare il terreno gelato sotto di loro,

rovescia il masso portante sotto il sole;

crea perfino uno squarcio

se due passano fianco a fianco.

I cacciatori fan la loro parte:

sono andato a riparare dove loro passando

non avevano lasciato pietra su pietra

per stanare il coniglio dalla tana

e accontentare i loro cani uggiolosi.

Parlo piuttosto di buchi che nessuno

ha mai visto né sentito fare,

ma quando arriva il momento di costruire

noi li troviamo là.

Lascio che il mio vicino oltre la collina

se ne accorga, così noi due c’incontriamo

camminando lungo il confine

e lo rimettiamo in piedi di nuovo

e teniamo quel muro tra noi due

quando ce ne andiamo.

A ognuno i propri massi caduti prima.

Alcuni come pagnotte altri quasi palloni

c’inventiamo una magia per tenerli insieme:

“State lì finché non ci voltiamo!”

Usiamo le nostre dita rozze per sistemarli.

Oh, una vera partita all’aria aperta.

Uno per lato. Si gareggia per poco:

dove ci troviamo non c’è bisogno di un muro:

lui è tutta una distesa di pini e io

un frutteto con alberi di mele.

I miei alberi non attraverseranno mai

per mangiare le sue pigne, gli dico.

Ma risponde “Un buon steccato fa buon vicinato”

Un salto sarebbe mio danno, e mi chiedo

se posso convincerlo: “Perché fa buon vicinato?

Non serve forse per le mucche? Ma qui non ce ne sono.

Prima di costruire il muro avrei voluto sapere cosa

chiudevo dentro o lasciavo fuori,

e a chi recavo offesa.

Qualcosa odia il muro, lo vuole abbattere.”

Potrei dirgli “Elfi”, ma non precisamente elfi,

e preferirei fosse una sua idea.

Lo vedo mentre stringe una pietra in ogni mano

ansimando, come un guerriero primitivo.

Si muove nell’ombra del bosco e degli alberi, e non solo.

Non ce la farà a superare l’adagio di suo padre,

e ama così tanto quel detto che di nuovo ripete:

“Buon steccato fa buon vicinato”.

________________________

Data la lunghezza del componimento ho pensato di escludere il brano in lingua originale. Il componimento è da apprezzare nella struttura del dialogo sommesso e nel controllato impianto teatrale.

N.B.  La famosa frase: – casa…  qualcosa che tu non hai bisogno di meritarti – è di Robert Frost e compare in questa lirica.

Morte di un lavorante stagionale.

Mary sedeva al tavolo assorta sulla luce della lampada

aspettando Warren. Quando sentì il suo passo,

corse in punta di piedi lungo il buio corridoio

per raggiungerlo sulla soglia con la notizia

e avvertirlo: “Silas è tornato”.

Lo spinse con lei fuori dalla porta e la richiuse

alle sue spalle. “Sii gentile” gli disse.

Prese le provviste dalle braccia di Warren

e si fermarono sulla veranda, tirandolo

per un braccio lo fece sedere al suo fianco

sui gradini di legno.

“Quando non sono stato gentile con lui?

Comunque non mi riprenderò indietro quel tipo” le disse

“Gli ho detto così durante l’ultima raccolta del fieno,

è vero? Se lui se ne va, ho detto, per me finisce qui.

Cosa può combinare? Chi se lo prenderà a quell’età

e con quel poco che sa fare?

Sul suo aiuto non si può fare affidamento.

Se ne va sempre proprio quando hai più bisogno di lui.

Pensa di dover prendere una piccola paga,

abbastanza insomma per comprare tabacco,

senza dover chiedere e essere controllato.

D’accordo, gli dico, non posso permettermi

di pagare nessun stipendio fisso, anche volendo.

‘Qualcun altro può’  ‘ Allora qualcun altro te lo pagherà’.

Se le cose stanno così non dovrei essere io

a preoccuparmi per lui. Puoi star certa,

quando comincia così c’è sempre qualcuno

che cerca di convincerlo con una paghetta –

nel periodo del fieno, quando è difficile trovare aiuto.

D’inverno torna invece da noi. Ne ho abbastanza.”

“Sh! non così forte: può sentirti” disse Mary

“ Voglio che lo sappia: dovrà, presto o tardi”

“ E’ sfinito. Si è addormentato accanto al fornello.

Al mio ritorno dai Rowe l’ho trovato qui,

accovacciato contro il fienile, profondamente addormentato.

Una vista penosa, e anche paurosa –

Non ridere – non l’ho riconosciuto –

non mi aspettavo di vederlo – è cambiato.

Te ne renderai conto.”

“Dove ti ha detto di essere stato?”

“Non l’ha detto. L’ho trascinato in casa,

gli ho dato del tè e del tabacco per fumare.

Ho cercato di farlo parlare dei suoi viaggi.

Niente da fare: continuava a ciondolare”

“Ha parlato? Ti ha detto qualcosa?

“Piuttosto poco”

“Niente? Mary, avanti, ti ha detto di essere venuto per prosciugarmi il prato.”

“Warren!”

“E’ così? Voglio saperlo”

“Si, naturale. Tu cosa gli avresti detto?

Certo non puoi negare a un povero vecchio

una misera possibilità di riscattarsi.

Ha aggiunto, se vuoi saperlo,

che intende anche ripulire il pascolo più alto.

Ti sembrano cose già sentite?

Warren, vorrei che tu potessi ascoltare

come confonde ogni cosa. Ho smesso di guardarlo

due o tre volte – mi faceva sentire così imbarazzata –

vedere se per caso non parlasse nel sonno.

Nomina continuamente Harold Wilson – ricordi –

il ragazzo che hai avuto alla fienagione per quattro anni.

Ha ormai finito la scuola e sta insegnando nel suo istituto.

Silas insiste che dovresti riprenderlo.

E’ convinto che loro due sarebbero una vera forza:

potrebbero spianarla questa fattoria!

Il modo in cui ha confuso questo con altre cose.

Pensa al giovane Wilson come a un ragazzo adatto

anche se piuttosto sciocco – tu sai come loro due combattevano

contro tutto a luglio sotto quella vampa,

Silas in piedi sopra il carro a fare il mucchio

Harold di sotto su un lato a sollevarlo col forcone.”

“Si, facevo sempre in modo di tenermi fuori tiro”

“Bene,quei giorni tormentano Silas come un sogno.

Non lo crederesti. Come certe cose restano!

La certezza che Harold è studente lo ha turbato.

Dopo tanti anni ancora trova argomenti validi

che crede di poter usare.

Lo comprendo. So che significa

pensare alle cose giuste da dire quando è troppo tardi!

Nella sua testa ha associato Harold al latino.

Mi ha chiesto di dire cosa ne pensavo del fatto

che aveva studiato il latino come il violino

perché gli piaceva – che razza di motivo!

Dice che non riuscirebbe più a far credere al ragazzo

di essere in grado di trovare l’acqua con una forcella

di nocciolo-

Il che mostra quanta poca scuola abbia fatto lui.

Ma intendeva dire altro. Piuttosto si chiede

se può avere un’altra possibilità di insegnargli

come si mette assieme un carico di fieno –

“Lo so, questa è una sua specialità.

Ammucchia con cura ogni covone al suo posto,

ci mette un segno e un numero per riferimento

così può trovarlo, caricarlo e scaricarlo

più facilmente. Silas lo fa molto bene.

Li tira su a mucchio come nidi di grandi uccelli.

Tu non l’hai mai visto stare in piedi sul fieno

che sta cercando di sollevare, sforzandosi

di sollevare se stesso.”

“Lui pensa che se potesse insegnargli almeno questo,

darebbe un qualche significato alla sua vita.

Non può vedere un ragazzo consumarsi sui libri.

Povero Silas, così preoccupato per gli altri,

senza niente che meriti di essere ricordato

e nulla a cui attaccare una speranza,

così adesso e per sempre.”

Una parte di luna stava cadendo a ovest,

trascinando con sé il cielo intero verso la collina.

La luce si riversava soffusa sul suo grembo.

Lei lo vide e si riordinò le pieghe del grembiule.

Tese una mano verso l’esterno tra le corde

dell’arpa-gloria del mattino,

tese con la rugiada dal prato sino alla gronda

come se suonasse in silenzio la tenerezza

che s’affaciava in lui accanto a lei nella notte.

“Warren” gli disse “E’ tornato a casa per morire:

non devi aver paura che se ne vada questa volta.”

“Casa” la riprese dolcemente.

“Certo, dove se non a casa ?

Tutto dipende da cosa intendi per casa.

Naturalmente lui non è nulla per noi, niente più

di quel segugio randagio nel bosco,

che arrivò sfinito incollato alla sua pista.

“Casa è quel posto dove, quando vuoi tornarci,

gli altri ti accolgono”

“ Avrei detto piuttosto

qualcosa che tu non hai bisogno di meritarti.”

Warren si affacciò e fece uno scalino o due

raccolse un rametto, lo spezzò e lo lanciò.

“Pensi che Silas abbia più diritti su di noi

che su suo fratello? Solo tredici miglia

lo condurrebbero in un soffio alla sua porta.

Silas senza dubbio ne ha percorse altrettanto oggi.

Perché non è andato là? Suo fratello è ricco,

è qualcuno – un direttore di banca.”

“Lui non ce l’ha mai detto”

“Ma noi comunque lo sappiamo”

“Penso che suo fratello dovrebbe aiutarlo, è naturale.

Provvederò a questo s’è necessario. Dovrebbe occuparsene

lui, e forse lo desidera –

Forse è migliore di ciò che sembra.

Forse ha solo pietà di Silas. Pensi che

se fosse stato orgoglioso di questa parentela

o avesse cercato una cosa qualsiasi da suo fratello

sarebbe rimasto immobile tutto questo tempo?”

“Mi chiedo cosa c’è tra loro”

“Io posso dirtelo.

Silas è quel che è – noi non ci facciamo caso –

Ma è proprio il tipo di persona che la parentela rifiuta.

Non ha mai fatto una cosa veramente cattiva.

Non capisce perché non valga

come qualsiasi altro. Non vuole umiliarsi

davanti a suo fratello, anche così misero com’è.

“Non ricordo che Silas abbia mai fatto male a qualcuno”

“No, ma fa male al mio cuore il modo

in cui sta seduto e dondola la sua vecchia testa

sul bordo dello schienale.

Non ha voluto che lo mettessi in salotto.

Devi andare di là e vedere cosa puoi fare.

Gli ho preparato il letto per questa notte.

Ti colpirà vedere come è ridotto.

Non potrà più lavorare; ne sono sicura.”

“Non dirlo troppo presto.”

“No, non lo faccio. Vai, guarda, vedi da te.

Ma, Warren, per favore ricorda cos’ha detto:

è venuto per aiutarti a prosciugare il prato.

Ha un proposito. Non devi ridere di lui.

Forse te ne parlerà, forse no.

Io mi siederò qui a guardare se quella piccola nuvola

vagante raggiungerà la luna o la mancherà.”

La raggiunse.

Poi ci furono tre presenze, a filo d’ombra,

la luna, la piccola nuvola d’argento, e lei.

Warren tornò – troppo presto, le parve.

Scivolò al suo fianco, le prese la mano

e aspettò.

“Warren” chiese

“Morto” fu tutto quel che rispose.

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Informazioni su emmapretti

Poetessa e scrittrice collabora con numerose riviste italiane e straniere con poesie, traduzioni, recensioni e racconti. Ha pubblicato cinque volumi di poesia. L'ultimo libro è del 2010 " I giorni chiamati nemici" Sefeditrice. Per notizie più ampie e dettagliate rimando alla nota bio-bibliografica inserita all'interno all'interno della mia ultima raccolta di liriche " I giorni chiamati nemici " -Sefeditrice 2010 - Firenze www.sefeditrice.it http://www.sefeditrice.it/scheda.asp?IDV=2441
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9 risposte a Traduzioni di Robert Frost

  1. Pingback: Robert Frost : Morte di un lavorante stagionale. – The Death of the Hired Man | controappuntoblog.org

  2. Cinderella ha detto:

    Buongiorno,
    avrei bisogno di un’informazione: esiste una traduzione in italiano della raccolta poetica “North of Boston”?
    Grazie

    • emmapretti ha detto:

      Che io sappia non esiste una traduzione italiana completa di North of Boston – esistono raccolte di poesie scelte che ti indico di seguito:

      Conoscenza della notte e altre poesie, trad. di Giovanni Giudici, Torino: Einaudi 1965 («Supercoralli», 227 pp.); a cura di Massimo Bacigalupo, Milano: Mondadori 1988 («Oscar Poesia» 32, 203 pp. ISBN 88-04-30775-7); ivi 1994 («Oscar narrativa» 1380, 306 pp. ISBN 88-04-38825-0); ivi 1999 («Poesia del Novecento» 25, 306 pp. ISBN 88-04-47294-4)
      Poesie scelte, trad. e introduzione di Franco De Poli, Parma: Guanda 1961 («Piccola fenice» 7, 132 pp.).

      Comunque un libraio ben informato può segnalarti eventuali nuove traduzioni e interventi. Ciao 🙂

  3. AG ha detto:

    Grazie mille!

  4. Giusi ha detto:

    Ciao! Ho molto apprezzato la traduzione di Mending Wall, sennonché per un piccolo particolare: perché traduci “gaps” con “sussurri” e non con “varchi/buchi/squarci”, dato che la poesia tratta di un muro che ogni anno si sgretola, creando, appunto, dei buchi?
    Grazie in anticipo!

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